Il Blog dei Tifosi - Special Fabio?
Dalla conferenza senza risposte alla biografia tra intuizioni ed errori: la Fiorentina riparte tra fiducia richiesta e dubbi concreti
Reduci da una stagione disastrosa in cui ci siamo ritrovati a lottare per la salvezza, ripartiamo in mezzo a mille difficoltà, con la necessità di intraprendere una ristrutturazione completa del comparto tecnico che investa non solo competenze e organizzazione, ma anche mentalità e visione. Questa ristrutturazione avrà bisogno di tempo, sarà portata avanti un passo alla volta, con le necessarie verifiche in itinere e successive correzioni, come fanno le aziende serie. Tuttavia avvertiamo l’urgenza di riportare immediatamente la Fiorentina in condizione di lottare per le posizioni di classifica che le competono.
Essendo noi storicamente la quinta forza del campionato italiano, come certificato dalla classifica perpetua della Serie A dal dopoguerra in avanti, e avendo partecipato a metà delle edizioni delle coppe europee disputate dal 1955-56, con netta prevalenza di presenze in Coppa Uefa/Europa League, date le difficoltà di cui ho già detto, non possiamo metterci in condizione di avere i favori del pronostico per agganciare la qualificazione all’Europa League, ma senz’altro vogliamo lottare per quell’obiettivo, cercando di rimanere in corsa fino all’ultima giornata.
Queste le parole del direttore sportivo della Fiorentina alla conferenza stampa di presentazione della nuova stagione… che si è tenuta nel mondo parallelo della chiarezza e dell’onestà, della competenza e della consapevolezza del proprio ruolo e del contesto in cui si lavora.
Nel nostro mondo invece, quello reale, dopo quasi un’ora di conferenza stampa una giornalista, prima di porre la sua domanda, esordisce dicendo: «Lei ci sta chiedendo un atto di fiducia perché nello specifico non ci sta dicendo niente». Alla battuta il direttore replica: «È un concetto un pochino più profondo…», prima di continuare a non rispondere a niente, ripetendo la consueta formula da ‘direttore in conferenza’ che il suo predecessore ci ha insegnato per anni: «Il mercato ci presenta delle opportunità…».
Non era per «cogliere opportunità» che gran parte dei tifosi viola aveva accolto trionfalmente l’annuncio dell’assunzione di Fabio Paratici come direttore sportivo della Fiorentina, soprattutto dopo la sua conferenza stampa di febbraio, in cui aveva parlato di riorganizzare e potenziare l’area scouting. Quattro mesi dopo il direttore sembra chiedere ancora tempo, mentre rende di fatto nulla la tradizionale conferenza di fine stagione avvolgendola in una cortina di fumo. Eppure sembrerebbe quantomeno improbabile che il suo capo scouting di fiducia, Lorenzo Giani, sia arrivato a Firenze con il laptop formattato e il suo database personale buttato alle ortiche, per partire con una tabula rasa il primo giugno o stare a guardare cosa succede nella piazza del mercato.
Paratici fa la parte del dirigente d’azienda preparato, ma sembra abbia studiato in modo sciatto il club nel quale lavora. Credo che gran parte degli addetti ai lavori, quantomeno del calcio italiano ma anche di quello internazionale, fosse al corrente della conduzione familiare della Fiorentina, peraltro rivendicata da sempre dal suo presidente, e la quantità abnorme di giocatori a libro paga era di pubblico dominio. Allo stesso tempo, poteva almeno ripassare gli almanacchi: la nostra posizione storica non è quinto-sesto-settimo posto, la realtà vera l’ha detta il mio direttore del mondo parallelo poco sopra.
Il vero Paratici invece arriva a Firenze come direttore di chiara fama, e stiamo imparando a conoscerlo come grande esploratore di se stesso. Tanti i riferimenti alla sua passione, alla sua inflessibilità verso il suo stesso operato; nella precedente occasione, in febbraio, volle rendere pubblica la riflessione svolta durante i 30 mesi di squalifica che lo hanno reso un uomo migliore.
Ma se andiamo a vedere la sua biografia, lo vediamo osservatore, capo osservatore e poi direttore sportivo di successo sotto Beppe Marotta per ben quattordici anni. Il suo mentore lascia la Juventus per divergenze strategiche riguardanti l’acquisto di Cristiano Ronaldo, scelta che invece il Nostro avalla, subentrando così a Marotta e facendosi artefice della spericolata operazione di mercato che, nel medio periodo, rappresenterà una palla al piede per la Juventus dal punto di vista finanziario. Nella sua prima stagione da responsabile dell’area tecnica la Juventus ha ancora Allegri in panchina, vince l’ennesimo scudetto, ma fallisce il vero obiettivo, la Champions League, uscendo ai quarti di finale contro l’Ajax. L’esito della stagione non vale i 180 milioni spesi sul mercato, di cui 100 per Ronaldo, ammortizzati solo dalla sorprendente cessione di Rolando Mandragora all’Udinese per ben 20 milioni (?!). Per il resto, in uscita c’è lo scambio di prestiti con il Milan Bonucci-Caldara - quotati entrambi 35 milioni - e lo svincolo di vecchi combattenti.
L’anno successivo, con il Nostro saldamente al comando delle operazioni, la Juventus ci riprova. La squadra di marca squisitamente allegriana viene affidata con piglio convinto a Maurizio Sarri, in una sessione con operazioni “strane”: Romero acquistato per 26 milioni dal Genoa e poi prestato al Genoa stesso, Luca Pellegrini acquistato dalla Roma per 22 milioni e prestato al Cagliari. Però la cessione di Cancelo al Manchester City, rimpiazzato da Danilo, lascia 30 milioni in cassa, insieme ad altri 60 provenienti dalle cessioni di Kean all’Everton e Spinazzola alla solita Roma. Sono 90 milioni buoni per comprare De Ligt dall’Ajax, 75 milioni, e Demiral dal Sassuolo, 18 milioni. La rosa lievita come un panettone: torna dal prestito Higuain, arrivano a parametro zero Rabiot e Ramsey.
Dopo la mazzata economica dell’anno precedente, il conto della serva del mercato è meno drammatico, ma il monte ingaggi sale, con parametri zero che si fanno pagare alti stipendi e che creano problemi nella composizione della lista Champions: Mandzukic ed Emre Can rimangono fuori, e solo un infortunio a Chiellini evita di aggiungere un terzo scontento. Stranamente Sarri non si trova bene con questa squadra e il suo direttore, e anni dopo racconterà che poco dopo l’inizio della stagione avrebbe messo il suo staff davanti a un’alternativa: o ce ne andiamo subito, oppure assecondiamo l’identità della squadra limitandoci alla gestione e ce ne andiamo a fine anno dopo aver vinto lo scudetto. Accadrà la seconda ipotesi. Di Champions nemmeno a parlarne: nell’anno del Covid, con gli stadi chiusi e tutto il resto, la Juventus deve aspettare agosto per uscire agli ottavi contro il Marsiglia.
Paratici ci racconta oggi della difficoltà nel costruire squadre che funzionano, mettendo ogni tassello al posto giusto. Parla anche dell’importanza dell’empatia con i collaboratori, a partire dall’allenatore. Mi verrebbe da pensare che, se c’è il primo punto, forse è più facile ottenere il secondo. Chissà se proprio l’esperienza alla Juventus gli ha insegnato qualcosa. Bonucci e Chiellini, Mandzukic e Rabiot, Khedira e Bentancur, Matuidi ed Emre Can, Sarri e De Ligt (75 milioni!): trovate gli intrusi!
Però stranamente il Nostro ce l’ha solo con Sarri. Certo, non è un tipo empatico, ma si era fatto benvolere anche da uomini di business come quelli del Chelsea, che lo avrebbero riconfermato volentieri dopo la vittoria dell’Europa League. Paratici però era stato capace di ammaliare l’uomo di Figline… chissà cosa gli avrà raccontato, forse di quanto fosse bravo a costruire le squadre.
Nemmeno due mesi dopo comincia la nuova stagione, sempre sotto Covid. In quei giorni difficili il Nostro affida la panchina ad Andrea Pirlo, direttamente dalla Juve U23. Scambio ad alta quota con il Barcellona Pjanic-Arthur - 72 milioni più bonus contro 60+5 -, arriva Kulusevski dal Parma per 40 milioni, riacquista Mandragora dall’Udinese per 10+6 di bonus e poi glielo ridà in prestito, prende McKennie con le formule che cominciano a essere frequenti con la carenza di liquidità - prestito oneroso, riscatto e bonus - per 30 milioni totali. Poi, l’ultimo giorno di mercato, ha luogo l’analoga operazione che ben conosciamo: Chiesa, per 50 milioni spalmati. C’è anche Morata: 10 milioni di onere per il prestito. In uscita solo prestiti e le risoluzioni di contratto di Matuidi e Higuain. Intanto Romero va all’Atalanta con un leggero onere e un “diritto di opzione” a 16 milioni. Gli ex campioni d’Italia finiscono quarti ed escono agli ottavi in Champions.
Fine corsa per il Direttore. Un rosso di bilancio dovuto non solo al Covid ma a una gestione finanziaria la cui sostenibilità era legata a doppio filo alla vittoria di almeno una Champions League, e che obbligherà la proprietà a un aumento di capitale, e risultati deficitari che certificano il declino. Alle operazioni principali di mercato si è accompagnato il consueto sottobosco di prestiti di giocatori usciti dal settore giovanile, alcuni dei quali saliti poi all’onore delle cronache: Fagioli, Lipani, Nicolussi Caviglia, per dirne qualcuno. La responsabilità è ovviamente in capo al presidente, ma Paratici preferì prendere il posto di Marotta anziché seguirlo, accettando così la sfida e condividendone il fallimento.
Cade però in piedi, venendo chiamato in Inghilterra dal Tottenham. Il Covid incombe ancora, il mercato è paralizzato. Però il Nostro trova modo di andare a prendere dall’Atalanta non solo Gollini in prestito gratuito per fare il secondo di Lloris, ma anche il solito Romero, con la consueta formula del prestito più riscatto più bonus, per un totale di 60 milioni. Poi Gil e Sarr, per un totale di una quarantina di milioni, ed Emerson Royal - che sarà un notorio pacco rifilato poi al Milan - dal Barcellona per 25 milioni. Nella sessione invernale però il Nostro si ricorda degli amici e prende dalla Juventus Bentancur e Kulusevski, per un totale di 70 milioni spalmati… Quelli che la Juventus darà a noi per Vlahovic. Si parte con Espirito Santo, si arriva con Conte, ma si arriva bene: dopo tre anni il Tottenham arriva quarto e torna in Champions League. Dispiace per l’uscita dalla Conference League.
Stagione 22/23, Paratici riparte da Conte in panchina e da un mercato ancora a corto di liquidità. Arrivano Richarlison dall’Everton per 58 milioni, Bissouma dal Brighton per 29, Spence dal Middlesbrough per 14, più Perisic svincolato. Poche cose anche in uscita, rientra una quarantina di milioni scarsi. Stavolta va male: fatale il mese di marzo, quando Paratici viene squalificato e Conte esonerato, la squadra finisce fuori dalle coppe e in Champions esce agli ottavi contro il Milan. Se erano tre anni che non tornava in Champions, erano 15 anni che si qualificava per le coppe europee.
E dopo trenta mesi di pensieri eccolo a noi. Forse preso per la gola, forse pensando di essere ancora in una delle sue ex squadre, a un club che sta maturando una cinquantina di milioni di rosso di bilancio ha la bella idea di far prendere in prestito con riscatto obbligatorio Brescianini e Fabbian, per un totale di 27 milioni. Tutto pur di evitare la retrocessione, certo, anche accollarsi Fabbian sperando che forse il Bologna si terrà Sohm. Ma, a posteriori, al posto di Fabbian avrebbe potuto giocare anche Fazzini… Tanto nessuno dei due sembra essere una mezz’ala di ruolo, e nessuno dei due ha contribuito in modo decisivo alla salvezza, se non facendo da segnaposto in campo ogni tanto.
Facendoci largo nella cortina di fumo che ancora rimane dalla conferenza, troviamo un uomo che ama parlare di sé. A un evento recente in Umbria con Cherubini rievocava volentieri le gesta appassionate dell’andare a prendere Tevez piuttosto che Vidal, e di come il lavoro di squadra con i suoi osservatori fosse d’aiuto all’intuito del grande campione di mercato, che ha quel non so che, quel qualcosa di indefinibile che gli fa capire che sì, quello è il giocatore giusto!
Ma se osserviamo i “freddi numeri”, vediamo emergere dalla cortina un dirigente di calcio che, come qualunque altro, ha ottime intuizioni - rivendica Vidal, Tevez, Dybala e altri - e commette errori pesanti: Cristiano Ronaldo, la squadra affidata a Sarri, l’acquisto a peso d’oro di De Ligt. Un dirigente che fa tornare i conti con operazioni spericolate di finanza calcistica su ordini di grandezza monumentali - lo scambio Arthur-Pjanic, quello Bonucci-Caldara - e usa alcuni giocatori come pedine da far girare per parcheggiare entrate e uscite: Mandragora, l’onnipresente Romero, ma già il maestro Marotta faceva le stesse cose con Sturaro, lavorando di sponda con alcune squadre, Genoa e Atalanta su tutte.
Alla fine di questa breve biografia non so cosa pensare, quale idea farmi, ma rimane la diffidenza per un dirigente che racconta volentieri se stesso, non dice niente del lavoro che sta facendo e ha una vicenda professionale che, al di là degli applausi della stampa, lascia anche delle ombre. Ombre che, alla fin fine, al netto delle narrazioni e della buona stampa, potrebbero anche qualificarlo come uno dei tanti.
di Pierre Bayle
Invia anche tu il tuo articolo all’indirizzo mail [email protected] e avrai la possibilità di vederlo pubblicato nel Blog dei Tifosi!



Lascia un commento