Ndour a GQ: "Ho scelto la Fiorentina perché ha un progetto chiaro. Sogno di vincere la Conference"
L'intervista al centrocampista viola: "A gennaio volevo tornare in Italia, la proposta della Fiorentina mi ha impressionato più di tutte"
Cher Ndour ha concesso un intervista al magazine GQ Italia, in cui ha raccontato la sua storia e qualche particolare sulla sua esperienza con la Fiorentina. Questo un estratto delle sue dichiarazioni: "A cinque anni passavo già le mie giornate nel campetto sotto casa, giocavo con i bambini più grandi perché non c'era ancora la mia annata, ma dicevano che ero forte e quindi mi lasciavano stare in campo.
Dopo due anni mi ha preso il Brescia, poi quando ne avevo dieci sono andato all’Atalanta, ma nel frattempo ho continuato a giocare tantissimo con i miei amici: quando non avevo gli allenamenti, stavo dalla mattina alla sera sul campetto in cemento dell’oratorio, organizzavamo partite e tornei lunghissimi.
Questo campetto, io e gli altri, lo chiamavamo 'Tapu'". L'ESPERIENZA AL BENFICA. "Rispetto all'Italia, in allenamento c'è un'enorme attenzione alla tecnica. In pratica noi facevamo tutto con la palla, partitine, esercitazioni di possesso, torelli.
Per dirla in una frase: poca palestra e tanto pallone. Anche alla tattica dedicavamo un tempo contenuto, solo una parte della seduta che facevamo il giorno prima delle partite". IL PARIS SAINT GERMAIN. "A Parigi avevamo otto o nove fisioterapisti che lavoravano con la squadra, quindi praticamente ognuno di loro si occupava di tre, quattro giocatori al massimo.
Poi come allenatore c'era Luis Enrique, un grandissimo tecnico che ci faceva lavorare tantissimo con la palla: partitine chiuse, uno contro uno, due contro due, è così che il PSG è diventato la squadra meravigliosa che ha vinto la Champions.
Quando ho ricevuto la loro proposta non avevo neanche 18 anni, c’erano Mbappé, Dembélé, Hakimi: se ti chiama un club così grande, non è così facile dire no". ESPERIENZE ALL'ESTERO. "All’estero sono cresciuto veramente tanto, ho visto e provato cose nuove, cibi nuovi, lingue nuove.
Così sono diventato un uomo più aperto, mi viene da dire così, anche se io in realtà partivo da una situazione di vantaggio: ho vissuto la mia infanzia in Italia con mamma italiana e papà senegalese, quindi ero già predisposto al confronto con altre culture.
Però sono convinto che fare questo tipo di esperienza sia utilissimo, anzi credo che sia proprio una cosa giusta. Per tutti. E lo stiamo vedendo dentro e fuori il mondo del calcio: tanti giocatori italiani si stanno trasferendo all’estero, anche quando sono molto giovani, e lo stesso discorso vale per gli studenti".
L'ARRIVO ALLA FIORENTINA. "Dopo quasi sei anni all'estero avevo voglia di tornare a casa mia, in Italia. Si sono presentate diverse opportunità, ma la proposta della Fiorentina è stata quella che mi ha impressionato più di tutte.
In primis per il Viola Park, un centro sportivo in cui la prima squadra, le squadre giovanili e anche quelle femminili lavorano in modo eccellente e sono in contatto costante tra loro. E poi parliamo di un club che ha un progetto chiaro, con tanti giovani e tanti italiani.
Era ed è esattamente ciò che volevo per me, per il mio futuro". REALIZZARSI DEFINITIVAMENTE. "In che modo? Vincendo la Conference League con la Fiorentina, giocando e vincendo una Coppa del Mondo, completandomi come calciatore e anche come uomo".
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