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Vite Viola - Interviste e fettuccine

Doveva essere un pezzo sulla ribollita, poi al tavolo accanto è arrivata Gertrude: hai perso un’occasione, tra ossobuco, tiramisù e domande mai fatte

I fatti e le persone citate, anche quelle anonime, sono frutto della fantasia dell’autore. Eventuali somiglianze a eventi realmente accaduti sono quindi da ritenersi assolutamente casuali. O forse no.

C’è un aneddoto che è probabilmente il mio preferito nella storia del giornalismo sportivo. Si tratta di quando Beppe Viola, per un servizio de La Domenica Sportiva, intervistò Gianni Rivera sul 15 (inteso come tram) a Milano. Non un tram “finto” o acchittato ad arte, ma un normalissimo tram, con passeggeri veri che salivano e scendevano durante l’intervista al fuoriclasse del Milan. Quel servizio rimane ancora oggi il ritratto più dolce e spontaneo di quali fossero allora i rapporti tra un calciatore e non soltanto con un cronista, ma con un’intera città, una tifoseria e, più in generale, col pubblico. Perché racconto questo? Facciamo un passo indietro.

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Ieri sera ero a cena in un ristorante poco fuori Firenze. Data la penuria di emozioni che la squadra ci sta regalando in questa stagione (non so voi, ma nelle ultime tre partite ho raggiunto livelli di noia a dir poco moraviani: ad un certo punto di Fiorentina-Genoa, per riuscire a stare sveglio, mi sono sparato un caffè doppio, ma alla fine ho comunque ceduto al sonno. Ed ero allo stadio, per dire), era forte in me la tentazione di dedicare il pezzo di questa settimana alla luculliana cena di cui sono stato fortunato fruitore. «Ma sì - mi son detto - basta con questa rubrica calcistica, scriverò di gastronomia».  Stavo già prendendo appunti per stendere l’articolo: volevo narrare l’irresistibile croccantezza della polenta fritta, restituire l’esplosione di sapori speziati rilasciata dal ragù di cinghiale, bacchettare la scipidità (o scipidezza? Come si dice? Mentre scrivo sono seduto sul letto e non ho voglia di alzarmi per consultare il dizionario) del tagliolino ai funghi, esaltare la tradizionale bontà dell’intramontabile ribollita, che non manco mai (e dico mai) di mangiare quando sono in zona.

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Ero già a buon punto quando mi sono accorto che al tavolo accanto al mio era seduto un’ospite d’eccezione: un giocatore dell’ACF Fiorentina. Non ne farò il nome perché la mancanza di professionalità non è nelle mie corde, così come non lo è un pool di avvocati adeguato ad affrontare una battaglia legale contro un milionario. Origliando la conversazione (badate bene non l’ho fatto con piglio giornalistico, è proprio un brutto vizio che ho quando sono solo al ristorante e mi annoio), sono riuscito a captare perlopiù il fatto che si parlasse del modo di far giocare la squadra di un noto allenatore di Serie A, uno non particolarmente ben visto a queste latitudini.

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Per quanto fossi a quel punto già molto affezionato al mio pezzo culinario (titolo provvisorio “Una Fiorentina ben cotta è peggio di una in Serie B”, per dire l’originalità), ho iniziato a pensare che forse un’intervista in esclusiva ad un giocatore della squadra avrebbe incuriosito il pubblico di LaViola.it più delle mie dissertazioni sui crostini ai fegatini (veramente, cosa vi siete persi!); inoltre, diciamolo dai, sarebbe stato un vero colpaccio: già mi immaginavo un futuro in cui si parla di me come di uno dei più grandi giornalisti nella storia di questo Paese (facciamo di questa città: l’umiltà prima di tutto), e alla cerimonia in cui mi consegnano una laurea honoris causa, durante il discorso me ne esco con: «È partito tutto da quell’intervista a Gertrude (nome di fantasia da qui in poi utilizzato per riferirsi al calciatore) concessa per caso durante una cena».

Siccome sono un gentleman d’altri tempi, aspetto pazientemente che l’atleta abbia finito di cenare (ha scelto un’invitantissima porzione di ossobuco che da sola meriterebbe un racconto a parte), quindi mi avvicino e, con la massima educazione mi presento, spiego per chi scrivo, e domando se sia possibile scambiarci i numeri di telefono e fissare una telefonata nei giorni successivi. Gertrude si gela. Mi guarda come se fossi un alieno che ha appena fatto una richiesta fuori dalla grazia di Dio. L’interazione si conclude in non più di dieci secondi, quindi me ne torno al mio tavolo per mangiare il mio tiramisù, che però a quel punto non riesco più a godermi, tanto mi girano le palle.

Prima che si possano creare spiacevoli equivoci, ci tengo a specificare che non ce l’ho con Gertrude nella maniera più assoluta, davvero. Sono perfettamente conscio del fatto che esistono degli obblighi contrattuali che decretano quali debbano essere le modalità di contatto fra squadra, calciatori e stampa, così come ero consapevole che il mio era un tentativo tanto speranzoso quanto destinato a cadere nel vuoto. Non è Gertrude il problema. Getrude è semplicemente un calciatore figlio della sua generazione, né più né meno: una generazione di sportivi a cui hanno insegnato, per avere la certezza che non sbaglino mai, a non esporsi mai

Questi ragazzi vengono quindi circondati da un esercito di agenti e addetti stampa, che li istruiscono a dare risposte confezionate come caramelle. Dovremmo forse tornare a fare quello che fece Manganelli quando scrisse “Le interviste impossibili”, e quindi non solo fare le domande ai calciatori, ma pure inventarsi le risposte, unico escamotage possibile e divertente per fuggire da questo eterno ritorno dell’uguale fatto di «noi guardiamo al futuro partita dopo partita» e «il merito è di tutta la squadra, dobbiamo ringraziare il mister».

La cosa assurda è che i giocatori di oggi, al rapporto col pubblico, ci tengono, ci tengono eccome! Per questo motivo hanno profili Instagram iper-curati da professionisti della comunicazione. Si tratta però di una comunicazione fredda e, cosa ancora più noiosa, tremendamente ripetitiva e poco spontanea. Non sto dicendo a questi ragazzi che l’unico modo di stupire (e quindi avvicinare) il pubblico sia farsi intervistare, come Rivera, a bordo della tramvia (cosa che, ne sono sicuro, farebbe fare i salti di gioia ad un ex sindaco della città, innamorato sì della Fiorentina ma mai quanto lo è di questo mezzo pubblico), ma provate almeno ad essere voi stessi! Osate! Non abbiate paura di concedervi a qualche domanda non programmata. Gertude cara, mi rivolgo direttamente a te: mi dispiace, ma hai perso un’occasione.

Io non avevo nessuna intenzione di domandarti dove vedi il tuo futuro o se sei soddisfatta del tuo impiego in questa stagione, ma che me ne frega? Ti avrei chiesto piuttosto se la tagliata con i funghi fosse stata di tuo gradimento e, perché no, se ti fosse andata di smezzarti una porzione di cantuccini col vin santo: nello specifico, a te i cantuccini, a me il vin santo, che tanto io non devo mica giocare la domenica.

Vite Viola 

“Vite Viola” è la rubrica umoristica di LaViola.it, firmata da Lorenzo Catalini. Da battitore libero e tifoso nevrotico, l’autore racconta con ironia non solo la Fiorentina in campo, ma tutto ciò che le ruota attorno: partite viste in posti improbabili, incontri bizzarri, speranze, dubbi e piccole ossessioni da tifoso. Una rubrica a metà fra racconto e articolo, che parla di quella faccenda serissima che è tifare Fiorentina, senza mai prendersi troppo sul serio.

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