Vite Viola - Indagine su un tifoso al di sopra di ogni sospetto
Da tifoso viola nel settore di casa, Lorenzo racconta la sua surreale missione all’Olimpico: tifare viola, ma senza farsi scoprire
Lunedì mi sono buttato in una missione segreta ad alto rischio mortale. Alcuni amici mi hanno invitato infatti invitato all’Olimpico per vedere Roma-Fiorentina. Amici romani. Romanisti. Nel settore di casa. L’obiettivo del giorno è quindi tifare viola, ma senza farsi scoprire (in questo mi viene tristemente in aiuto la squadra, che tira in porta una sola volta), e siccome come cantava Jannacci «l’importante è esagerare», esagero.
Ci diamo appuntamento a Piazza Mancini. La partita si gioca alle 21, l’orario di ritrovo è alle 17, ufficialmente «per stare un po’ insieme», ma il motivo è un altro: imbenzinarci. Per i lettori che non conoscessero il significato di questo lemma niente paura, io stesso ne ero all’oscuro, sebbene ne abbia sinistramente intuito il senso dal ghigno malefico stampato sul volto di chi l’ha pronunciato. Dalla Treccani: “imbenzinare” indica l’azione dell’assumere alcool (preferibilmente a basso costo e quindi di infima qualità) in quantità massicce prima di recarsi ad un evento caotico, così da giungere allo stesso in uno stato psico-fisico alterato, possibilmente tendente al molesto, più consono quindi alla natura e al flow che l’evento richiede.
E ci imbenziniamo al punto che, lo ammetto, la mia memoria tra le 18 e le 21 presenta importanti lacune. È in quel lasso di tempo che ha inizio il mio tentativo di infiltrazione tifosa: nel bagno del Bar Mancini 5 (“alla turca”, come il rondò di Mozart, ma molto meno poetico. Voto: 5) mi sono tolto la mia t-shirt OVS, e ho indossato il mio travestimento, la maja della maggica. E non una maglia qualunque, no signori, bensì la maglia più pesante di tutti, quella der capitano, Francesco Totti, perché con una maglia di Totti indosso, in questa città nessuno te po’ venì a toccà. Il fatto di avere indosso la maglia giallorossa mi provoca sentimenti contrastanti (e un fastidioso eritema). Da un lato mi eccita l’idea di essere un tifoso della squadra avversaria mimetizzato in mezzo a 65.000 romanisti, devo solo far attenzione a non esultare per gli “altri” e a non far notare la mia marcata C aspirata; qualora la mia copertura saltasse, fingerò di essere una di quelle spregevoli esseri immondi per cui esiste uno speciale girone dell’inferno, ovvero i toscani che tifano Roma (O Juve. O Milan. O Inter). Se neanche questo funzionasse, ho comunque nascosta in bocca una capsula di cianuro.
D’altro lato mi sento un po’ un mezzo traditore: un nutrito gruppo di ultrà viola è venuto a sostenere la squadra in modo passionale mentre io me ne sto qui a imbenzinarmi con dei ragazzi che intanto hanno cominciato una infuocata discussione sul famigerato gol di Turone. Sospetto che sia una conversazione che hanno spesso, tanto che più che ad una spontanea conversazione sembra di assistere ad uno spettacolo della commedia dell’arte: ognuno conosce la propria parte, sa quando intervenire, gli scambi funzionano e il conflitto viene sempre tenuto vivo; gli attori hanno sì una qualche libertà di improvvisare, ma il canovaccio è talmente oliato che nessuno va in difficoltà. La mia fede è espressa solamente e segretamente da un solo dettaglio, o meglio un talismano, una reliquia: un portachiavi di forma sferica, color viola, con lo stemma della squadra, che ripongo nel buio del fondo alla tasca della giacca come a volerlo nascondere negli abissi dell’oceano, un’oscurità così profonda da essere stata dimenticata da Dio e dagli uomini, specialmente se tifosi romanisti. Nel frattempo, con l’obiettivo di non tradire né la mia copertura né la squadra, pronuncio frasi valide per entrambe le parti, tipo: «Credo che il miglior centravanti nella storia della nostra squadra sia stato Batistuta, non siete d’accordo? Grande Re Leone».
Arriviamo ai controlli di sicurezza. Ad ispezionarmi è un robusto uomo sui cinquanta, l’aspetto di uno che stava col Libanese. Mi concedo all’ispezione con la massima tranquillità, fino a che le sue mani arrivano lì. No, niente di molesto. In quel caso, avrei avuto meno paura, perché lo steward con la mano destra va ad accarezzare le forme della pallina viola che ho in tasca. Se la estrae sono un uomo morto. Potrei chiedere una conversione in punto di morte, come fece l’imperatore Costantino, ma dubito che mi verrebbe concessa. La tensione è alle stelle. I nostri sguardi si incrociano. Ognuno cerca di capire chi sia la persona che ha di fronte, cosa gli passa nella mente. Una parte del mio cervello si chiede se pensi che in tasca abbia una pallina di cocaina, un’altra sta calcolando mille modi per aprirsi un varco fra la gente e trovare una via di fuga, tutti fallimentari. Lo steward continua a tastare, lo sguardo ancora immobile sul mio. Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, e forse è vero. Non so dire quanto tempo siamo rimasti lì a fissarci. Non so quante persone siano entrate nel frattempo, passandoci a fianco, non consapevoli del profondo scambio di emozioni ed energia che si stava compiendo fra due esseri umani a pochi passi da loro, soli al mondo eppure uniti. So soltanto che dopo quell’interminabile momento, lo steward ha staccato la sua mano dalla mia giacca, l’ha mossa come a dire “scorrere” e mi ha detto: «Daje moro camina».
La partita ha inizio, e la Roma fa subito capire quali sono le sue intenzioni. Sono preoccupato. Non per le sorti della partita, ma per dei forti dolori che mi arrivano dalla vescica. Il naturale effetto biologico di tutto quell’imbenzinamento presenta violentemente il conto. Generalmente allo stadio detesto perdermi anche un solo minuto di partita, ma la situazione è già più grande di me. Eseguo da maestro la camminata della vergogna fra le persone, facendomi spazio a suon di imbarazzatissimi «permesso» e «scusi», e non faccio neanche troppa attenzione alle sicurissime occhiatacce infastidite degli spettatori a cui sto passando davanti, dal momento che ogni fibra del mio corpo rema all’unisono con le altre, come i vogatori di una galea della flotta settecentesca della Serenissima Repubblica di Venezia, al fine di condurmi verso il nostro porto sicuro: il cesso degli uomini dello Stadio Olimpico di Roma. Questo luogo ameno meriterebbe un racconto a parte, un esposto al comune di Roma, l’istituzione di una commissione parlamentare apposita e una puntata in uno di quei programmi in onda su Discovery Channel dai titoli come “Gli 8 luoghi più pericolosi e inospitali della terra”. Al suo confronto il bagno del Bar Mancini 5 era la toilette personale della Regina Elisabetta II al Castello di Balmoral, la sua residenza estiva in Scozia. E attenzione, non il bagno vero, realmente usato da Sua Altezza Reale durante i suoi 96 anni di vita (che, ne sono certo, sarà stato già di per sé stupendo). No, un altro bagno presente nel palazzo, ancora più elegante e lussuoso, un gioiello d’architettura senza pari, con un water così assolutamente sublime, che anche Sua Maestà ha sempre rinunciato a posarvi sopra le sue natiche reali per il timore di intaccarne la perfezione.
Poiché non mi sento in grado di descrivere accuratamente le condizioni igienico-sanitarie dei cessi degli uomini dello Stadio Olimpico di Roma, lascio qui le parole con cui le descrisse lo scrittore tedesco Erich Maria Remarque nel suo romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale”: «L’aria era spesso così carica di odori acri che sembrava solida, appiccicata al respiro, e le latrine erano nient’altro che fosse scavate alla meglio, vicinissime alle postazioni di tiro. Quando pioveva, l’acqua le riempiva, trascinando con sé rifiuti, sangue e residui di uomini e animali. L’intimità non esisteva: gli uomini si sedevano uno accanto all’altro, come parte di una routine spogliata di qualsiasi pudore. Ogni necessità diventava una faccenda pubblica e inevitabile, e il corpo perdeva il suo segreto».
Nel bagno, in un gesto misto di stizza, orgoglio e ribellione, mi tolgo la maglia giallorossa e la getto nel wc, già colmo come la sputacchiera di un saloon del Far West. Un secondo dopo sento un boato e le pareti intorno a me cominciano a tremare. Temo che il pulsante dello sciacquone abbia attivato una trappola per imprigionarmi, come nelle leggende sulle piramidi o nei film di Indiana Jones, ma è solo la Roma che, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, passa in vantaggio con Mancini che anticipa tutti e batte De Gea. 1-0. L’inizio della fine.
Vite Viola
“Vite Viola” è la rubrica umoristica di LaViola.it, firmata da Lorenzo Catalini. Da battitore libero e tifoso nevrotico, l’autore racconta con ironia non solo la Fiorentina in campo, ma tutto ciò che le ruota attorno: partite viste in posti improbabili, incontri bizzarri, speranze, dubbi e piccole ossessioni da tifoso. Una rubrica a metà fra racconto e articolo, che parla di quella faccenda serissima che è tifare Fiorentina, senza mai prendersi troppo sul serio.


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