Sousa-Donadoni, derby di stile: da giocatori sfide di gala
La prima volta, nella partita più importante, si sedettero in tribuna vestiti in borghese: in campo, nelle maglie romanticamente senza sponsor - allora andava di moda così, all'atto finale che permetteva di affacciarsi sul tetto d'Europa - c'erano altri.
Perché uno, Paulo Sousa, non aveva ancora compiuto vent'anni e in quella squadra aveva appena esordito giocando una manciata di presenze, e Sven Goran Eriksson non aveva nemmeno lontanamente pensato di metterlo a referto, dal momento che il centrocampista con compiti di regia era Hernâni, non esattamente un fenomeno.
L'altro, Roberto Donadoni, era stato tradito dalla foga agonistica ai quarti di finale, sul finire di una gara da protagonista assoluto contro il Malines: un fallo, una reazione scomposta, rosso diretto e quattro giornate di squalifica.
Insomma, Milan-Benfica a Vienna, finale di Coppa dei Campioni, 23 maggio 1993, la bucarono entrambi. Ma per uno fu una giornata comunque da celebrare, per l'altro no.
TRE ANNI DOPO. Sarebbero passati tre anni e mezzo, da allora, per la prima vera sfida, sul campo, tra gli attuali allenatori di Bologna e Fiorentina.
Palcoscenico di livello, un po' perché si trattò di una sfida tra nazionali nel contesto delle qualificazioni al Mondiale statunitense del 1994, un po' perché si giocò a Milano, a San Siro, dove Donadoni era di casa. Lui, da anni titolare pressoché indiscusso tanto del Milan quanto dell'Italia (di Vicini prima e Sacchi poi), mentre Paulo Sousa da Viseu aveva lasciato il Benfica ma non Lisbona, passando ai rivali dello Sporting, e nel Portogallo di Queiroz era diventato un elemento da tenere in forte considerazione.
Sia il portoghese che Donadoni giocarono ogni singolo minuto di quell'incontro decisivo - perché Italia e Portogallo erano appaiate in classifica: vincere significava qualificarsi, perdere stare fuori perché nel frattempo la Svizzera stava battendo l'Estonia - e Sousa si fece anche ammonire, poi nel finale ecco il gol di Dino Baggio.
Esulta Donadoni, di nuovo, stavolta però in maglietta e calzoncini.
ITALIA. Sousa si sarebbe rifatto l'anno seguente, faro della mediana juventina lanciata verso il primo scudetto di Lippi. Il passaggio di consegne (perché il tricolore era sulle maglie del Milan) avvenne tra ottobre e maggio, con le vittorie della Juventus sui rossoneri al Delle Alpi di Torino, 1-0 con Paulo in cattedra, e al Meazza 2-0 ancora con una prestazione maiuscola del lusitano.
Lui che avrebbe voluto fare il maestro, in quella stagione aveva insegnato calcio, e così avrebbe fatto anche nell'annata seguente, andando a vincere con i bianconeri la Champions League, ma lasciando lo scudetto al Milan di Donadoni che negli scontri diretti ebbe la meglio all'andata (2-1 a Milano) e riuscì a strappare un ottimo pareggio al ritorno.
In fondo, per entrambi, bene così, perché qualcosa di grosso per cui esultare, a fine stagione, non mancò a nessuno dei due. Donadoni aveva già superato i trent'anni, di lì a pochi mesi avrebbe chiuso con la Nazionale e con il Milan, mentre Sousa era nel pieno di una carriera che la stagione successiva lo avrebbe portato a bissare il trionfo in Champions, con il Borussia Dortmund, vendicandosi di una Juventus ciecamente stufa dei suoi acciacchi, tanto da lasciarlo andare a una rivale.
Teoricamente, con Donadoni a quel tempo a New York, ipotizzare un'altra sfida tra i due sarebbe stato piuttosto improbabile.
DERBY. Al contrario, accadde, nonostante i sette anni che dividono le date di nascita di due fuoriclasse dell'epoca.
Accadde a San Siro, laddove tutto era iniziato, e si trattò di un derby: il Milan aveva richiamato Donadoni dopo tre stagioni negli States, Sousa era rientrato nel frattempo in Italia, sedotto dall'ingaggio di Moratti, a metà della stagione 1998-1999.
Inter-Milan, e così sia. Si vedono, ma si sfiorano, perché gli anni passano per tutti: Sousa esce al minuto 13 della ripresa, con il Milan in vantaggio, Donadoni entra in campo due minuti più tardi e assiste alla rimonta dell'Inter per il 2-2 finale.
Stavolta non esulta nessuno, ma pazienza, perché nel computo dell'amarcord, è pari e patta: due vittorie a testa e due pari. Erano re, e quelli eran giorni...



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