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Il blog di Ludwigzaller: False partenze

Il primo giugno del 2012 si giocava un’amichevole tra Italia e Russia a Zurigo in vista degli Europei. L’Italia non giocò male, ma nel secondo tempo crollò. La partita finì 3-0 e i giornali trassero dall’evento auspici funesti per noi e quanto mai favorevoli per i russi.

In realtà quel risultato tanto rotondo doveva preoccupare la Russia e non l’Italia. Quando si venne al dunque, alla competizione ufficiale, le cose, infatti, cambiarono radicalmente: l’Italia arrivò in finale con la Spagna, la Russia fu eliminata al primo turno.

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Il tema soggiacente è quello del rutilante e ingannevole inizio cui fanno seguito il crollo e la delusione esistenziale. Ma come evitare di incominciare i mondiali tra fanfare e vessilli per terminarli nella triste sala di attesa di un aeroporto, con le bandiere ripiegate e il cuore gonfio di recriminazioni?

Mondiali ed europei si sviluppano su di un arco temporale di circa un mese, con partite ravvicinate che complicano il recupero. Sono corsa a tappe, come il giro d’Italia. Per arrivare in fondo e vincerli occorre partire lentamente e dosare le forze.

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Il concetto chiave è quello di picco di forma. Il picco va raggiunto dopo la fase a gironi e mantenuto fino all’eventuale finale. Furono le condizioni ambientali di altura, in Messico, nel 1970, a imporci una partenza lentissima: che mise a rischio la nostra qualificazione (ottenuta con due pareggi e una stentata vittoria per 1-0 grazie ad un tiro da lontano di Domenghini), ma alla fine ci fece arrivare secondi.

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Nel 1978 Enzo Bearzot scelse invece una partenza lanciata. Giocavamo con Argentina, Ungheria e con la Francia di Platini. L’Italia arrivò prima nel girone, sconfiggendo la stessa Argentina con un goal di Bettega, in quella che fu una delle più spettacolari partite di quei mondiali, ma nelle ultime fasi della competizione la forma fisica calò drammaticamente e fummo sconfitti dall’Olanda e poi dal Brasile finendo quarti.

Memore di quanto accaduto, Bearzot nel 1982 modificò completamente il suo approccio: accettò i rischi di un inizio risicato (a stento eliminammo il Camerun) per avere la squadra al top nel momento culminante, e vinse addirittura il torneo.

Il che fondamentalmente si ripeté ancora nel mondiale accidentato e fortunato di Marcello Lippi del 2006. Una preparazione accurata non serve di per se stessa a vincere, ma può essere un elemento chiave. Ed è per questo motivo che guardo con un certo scetticismo alle prestazioni di quelle squadre che alle prime battute dei mondiali appaiono già tirate a lucido e in forma perfetta.

In molti casi si tratta di squadre destinate a un’eliminazione precoce o comunque a un percorso accidentato.

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