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Fiorentina ye-ye e quella di oggi, molte le analogie tra le due squadre

I protagonisti dell’ultimo scudetto parlano della squadra di Pioli tra analogie, differenze, ricordi e speranze

C’è un filo, nemmeno troppo invisibile, che unisce cinquant’anni di storia viola. Nel maggio del 1969, una Fiorentina giovane e spensierata, regalava alla città il secondo scudetto. Settembre, nel calcio, viene prima del mese delle sentenze.

Ma delle impressioni invece — lo cantava anche Lucio Battisti — è padrone. Tra la squadra di Pesaola e quella di Pioli ci sono diverse analogie e alcune differenze. Entrambe le rose sono composte da giovani. I ragazzi del «Petisso» avevano un’età media di 25,1, oggi il dato è di 23,2.

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La divisa simile, la leggerezza nella testa e lo stadio Franchi sempre accanto. Nessun meglio dei protagonisti di quell’impresa può trovare allora punti in comune e differenze. «Molti non lo sanno, prima di ogni stagione stilavamo la tabella premi col presidente», ricorda orgoglioso Giuseppe Brizi, stopper di quel gruppo.

«Quell’anno inserimmo anche quello per la salvezza perché eravamo un gruppo giovane». Albertosi se n’era andato, così come Hamrin e Bertini un anno prima. Proprio com’è accaduto con Kalinic, Bernardeschi e Borja Valero. IL PORTIERE E IL REGISTA.

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«Io avevo ventitré anni, qualcuno diceva che ero troppo giovane per giocare ma Lafont lo è ancora di più», scherza Franco Superchi che difese la porta in quell’annata. In panchina c’era Bruno Pesaola, un motivatore eccellente che dialogava con i giocatori.

«Quando arrivò, prese subito a lavorare con noi anche a livello psicologico. Allenamento dopo allenamento aiutò il gruppo a prendere consapevolezza dei propri mezzi», racconta Giancarlo De Sisti. «Oggi Pioli, che è molto bravo, deve prendere esempio da lui e far capire ai ragazzi che il successo se lo devono costruire da soli».

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Vale per tutti, dal primo all’ultimo. «Quell’anno arrivò Amarildo dal Milan, giocava nella nazionale brasiliana. Fu un bel colpo, un po’ come Pjaca che se riuscirà a rilanciarsi diventerà il valore aggiunto di questa squadra».

CAVALLO PAZZO. Nella Fiorentina tricolore, come quella scanzonata di oggi, c’era un attaccante esterno capace di fare il bello e il cattivo tempo come Federico Chiesa: è Luciano Chiarugi che, però, in campo era più estroso. «L’ingrediente più importante è la follia sana.

Questo vuol dire che quando si gioca non si pensa alla classifica, bisogna sapersi isolare dal mondo esterno per tutta la partita e osare un po’», suggerisce l’ex ala. «I mondiali giocati in Russia ribadiscono che il talento da solo non basta.

Servono anche il talento e la voglia di sacrificarsi, altrimenti si finisce come la Spagna e il Brasile». Dove potrà arrivare questa squadra si vedrà nel tempo. Andrea Della Valle ha spiegato che l’obiettivo è il settimo posto e diversi giocatori lo hanno sottoscritto.

«Cinquant’anni dopo spero che la Fiorentina possa ripetersi. Scudetto? Sì, forse è un obiettivo irraggiungibile però lo era anche per noi e per il Leicester di Ranieri. Sognare non fa male», dice ancora Superchi, col suo marcato accento romano.

BOMBER. La sponda gliela dà Mario Maraschi, autore di quattordici gol nel ‘69. «Col pubblico del Franchi che sostiene e incita come ai nostri tempi, niente è impossibile». Più realista, ma solo fino ad un certo punto, il capitano Giancarlo De Sisti.

«Inutile sottolineare che il sogno sarebbe la Champions, ma tornare in Europa League sarebbe una bella soddisfazione». Nel calcio, si sa, i riti scaramantici sono sacri e così anche le divise da gioco. Tra le tante analogie c’è anche la maglia viola, con due tonalità molto simili, abbinata ai pantaloncini viola.

«Negli anni scorsi questa tenuta è stata utilizzata un paio di volte ed è andata bene, giusto averla rispolverata», assicura Chiarugi. «È affascinante, ci riporta indietro nel tempo», conclude Brizi. Intanto la Fiorentina di Pioli, vestendo i panni di quella yè-yè, corre veloce per regalare un altro sogno a Firenze e legarsi a chi ha fatto la storia.

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