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Il ritorno di Solomon: il pezzo mancante per cambiare la squadra e conquistare la salvezza

Il ritorno dell’israeliano appare imminente, almeno in attesa che finisca la sosta. Ecco come può aiutare i viola a salvarsi con tranquillità

C’è un momento, nelle stagioni complicate, in cui una squadra smette di chiedersi se riuscirà a salvarsi e comincia a chiedersi come vuole farlo. È il passaggio da una sopravvivenza passiva a una forma di controllo, per quanto fragile. La Fiorentina non è ancora una squadra che domina, ma ha smesso di essere una squadra che subisce e basta. E in questo spazio sottile, quasi impercettibile, si inserisce il ritorno di Manor Solomon.

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MAGGIOR QUALITÀ. La Fiorentina, fino a questo momento, è stata una squadra che ha prodotto gioco più per accumulo che per strappo. Possesso, ampiezza, rotazioni. Ma raramente rottura. Raramente quel gesto individuale che costringe la difesa a prendere una decisione sbagliata. Solomon invece brilla nel momento in cui la struttura si incrina, e le sue qualità lo rendono imprevedibile per gli avversari. I dati incoraggianti sul dribbling raccontano di un giocatore che non segue sempre la logica della giocata più sicura, ma quella più destabilizzante. In un campionato dove la salvezza spesso si costruisce sulla riduzione del rischio, la Fiorentina prova — almeno in parte — a fare il contrario: aumentare la qualità, quindi “sbilanciare” la squadra, per aumentare le possibilità.

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CAMBIO TATTICO? Vanoli ha un’idea abbastanza precisa: tenere la squadra il più possibile nell’ultimo terzo di campo. Quindi, possibilmente passare al 4-2-3-1. Per farlo, però, serve densità tecnica. E qui entra in gioco Solomon, perché la sua presenza permette due movimenti simultanei: allargare il campo con un giocatore che salta l’uomo, e accentrare Albert Gudmundsson, liberandolo da compiti più statici. È una piccola rivoluzione posizionale, ma con effetti a catena. Perché se Gudmundsson riceve più dentro al campo, la Fiorentina guadagna linee di passaggio interne. E se Solomon resta largo, costringe la difesa ad allungarsi.

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PAZIENZA. C’è però un dettaglio che Vanoli continua a sottolineare: la pazienza. Solomon deve ritrovare il ritmo partita. È una frase che nel linguaggio calcistico rischia di diventare cliché, ma qui ha un peso specifico. Perché Solomon è un giocatore che vive di ritmo, di accelerazioni brevi, di cambi di direzione. Senza condizione, perde esattamente ciò che lo rende diverso. E quindi la sua integrazione non è solo tattica, ma anche temporale. Quanto tempo serve perché un giocatore torni a essere se stesso? E quanto tempo ha una squadra che lotta per salvarsi?


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