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Il Blog dei Tifosi - Ciao Rocco

Dal Viola Park alle battaglie contro arbitri e burocrazia, il ritratto personale di Pierre Bayle di Rocco Commisso

Se penso a Rocco, la prima cosa che mi viene in mente è che era una persona simpatica. Una simpatia semplice e immediata, fatta di un bel sorriso che lo faceva pensare disponibile, di quel suo curioso slang calabro-americano che ha poi temperato nel tempo. Una persona incapace di contenersi quando c’era da fare la battuta, la polemica, o manifestare l’umore nero per i risultati negativi. 

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Ricordo volentieri di lui anche le inquadrature in tribuna dopo aver subito un gol, perché la sua faccia nera, fra lo sconcerto e il trauma, era la mia, e quella di tutti i tifosi viola in quel momento. E se il presidente si sente come me che sono tifoso quando le cose vanno male, l’empatia scatta inevitabilmente. Ma come per tante persone, e quasi tutti gli uomini d’affari e di potere più o meno grande, l’egocentrismo era per lui un motore importante, nel suo caso la motivazione principale. È stato per un orgoglio smisurato che si è imbarcato un quest’impresa del calcio, un mondo in cui cercava quella visibilità che il suo core business non poteva dargli, e la dimostrazione massima di quel suo orgoglio fu l’inaugurazione del Viola Park, una vera e propria cerimonia di incoronazione in piena regola, con lui al centro di tutto, sovrano del regno viola. 

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Incapace di esprimersi con frasi di circostanza, se non opportunamente preparate e scritte, non è mai riuscito a nascondere l’altro motore che lo metteva in azione: i soldi. Rocco ci ha sempre, continuamente parlato di soldi, anche quando sarebbe stato necessario parlare di calcio, probabilmente convinto del fatto che i soldi avrebbero smosso le montagne contro cui si andava a scontrare, ora la burocrazia, le istituzioni calcistiche e non, o il valore degli avversari e la loro capacità di fare calcio, con l’evidente proposito che un buon deal avrebbe convinto gli interlocutori, pensando che la sua fosse una mentalità universalmente condivisa. 

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Altro suo grande pregio, quello di non tirarsi indietro, prendendosi sempre le responsabilità quando le cose andavano male: «Prendetevela con me» diceva, e aveva ragione, perchè il presidente in quanto tale è sempre il responsabile, ma pochi di coloro che ricoprono questo ruolo sono disposti a fare da ombrello verso dirigenti allenatore e giocatori come faceva lui. Rocco non proteggeva solo chi operava dentro la Fiorentina, ma la Fiorentina stessa, e quindi anche noi. 

Lui è stato un presidente capace di prendere di punta la classe arbitrale, ottenendo le dimissioni di una dirigenza delle ex giacchette nere ormai calcificata, e che da tempo necessitava di essere avvicendata. Lui ha avuto il coraggio di usare parole dure nei confronti di storici avversari, mettendone alla berlina quei vertici le cui pessime abitudini sono poi venute a galla. Con anni di battaglia insistita, lui ha ottenuto che finalmente si facesse qualcosa per l’annoso problema dello stadio. Cosa poi sia stato ciò che è venuto fuori non è certo responsabilità sua, visto che è stato fatto l’esatto contrario di ciò che avrebbe voluto. E da ultimo, perché davvero ultimo delle questioni che riguardano la gestione di un club calcistico, il Viola Park, il suo fiore all’occhiello, la capitale del suo regno. Poteva essere il luogo in cui nasceva una gestione all’avanguardia, un qualcosa di diverso dalla norma, è stata la sede in cui si sono consumati errori, pressappochismi, isterie, malanimi. Quando si proteggono i responsabili di una cattiva gestione e poi non si sostituiscono con persone più preparate, ecco che esce fuori il rovescio della medaglia. Un presidente leale con chi è leale con lui finisce per premiare la fedeltà fine a se stessa penalizzando i risultati, perché sono i meriti che dovrebbero essere premiati, quando ci sono, mentre al Viola Park ci sono state troppe dimissioni un po’ ad ogni livello e nessun licenziamento. 

Il dinamismo, la grinta, l’attivismo scomposto ma vitale dei primi anni si è andato poi spegnendo gradualmente, avendo dovuto incassare sconfitte e traumi in successione. Il “tradimento” di soggetti che considerava indebitamente come figli, quando trattavasi di normali professionisti in cerca delle migliori condizioni di lavoro, la fine delle speranze di fare lo stadio, forse il primo insorgere del male che lo ha portato alla dipartita, la sconfitta di Atene ultima di una serie di tre, la perdita di Joe, il peggioramento delle sue condizioni sono stati fattori che si sono aggiunti ad una gestione lunatica, alimentata più da rapporti personali più o meno tossici all’interno del Viola Park che da una reale pianificazione del lavoro da fare. 

Tutto ciò, considerando un’ideale ed ipotetica figura di presidente che pianifica, dispone, seleziona, controlla e decide, fa di lui un pessimo presidente, un presidente che, detta in modo brutale e sbrigativo, “non c’ha capito nulla”. Tantissimi gli errori di varia natura, pochi i meriti e le intuizioni, sbagliato e fin troppo leggero ed entusiastico forse già l’approccio iniziale, tutt’altro che consono a un accorto uomo d’affari. Ma sono state proprio la vitalità, la facilità di dialogo che un italiano di ritorno da New York ha messo in piazza con chiunque andava a stringergli la mano, a chiedergli qualcosa della squadra, pure a dargli consigli su cosa fare e non fare, che ha reso Rocco un presidente a cui voler male mi sembra un esercizio di ostentato cinismo o fermo pregiudizio. Il risvolto negativo di questa vitalità sono state le goffaggini, le uscite incongrue, le innumerevoli pacchianate… 

Sì ok. Ma quando lo ritroviamo un presidente da salutare mentre sei a mollo come un asparago nel mare di Marina di Gioiosa Jonica? Probabilmente avrebbe voluto essere ricordato nel gesto di alzare la coppa nella notte di Atene, io lo voglio ricordare in quel giorno di giugno a Peretola, quando improvvisò un discorso di saluto alla folla che lo stava aspettando. Era un giorno di speranze, di sogni per il futuro… «Rocco, Rocco, chiamatemi Rocco!». Io non sono mai riuscito a chiamarlo in altro modo.

di Pierre Bayle

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