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Pochi promossi in una stagione deludente: servono Sarri, due centrali nuovi e una squadra costruita finalmente con un’idea secondo Pierre Bayle
Poiché la stagione sta volgendo al termine, con la Fiorentina ormai avviata verso una salvezza anticipata, possiamo iniziare a guardare avanti e persino concederci un piccolo gioco, che almeno in parte prescinde da ciò che si sta organizzando al Viola Park per il futuro. Se nel mercato globale di questi anni è quasi impossibile immaginare i giocatori che verranno, essendocene migliaia potenzialmente acquistabili e per lo più sconosciuti ai non addetti ai lavori, possiamo però ragionare su chi, di questa rosa, terrei e su chi invece butterei giù dalla torre.
Cerco però di essere serio anche nel gioco, e allora parto dai principi. Auspico una squadra moderna, capace di giocare a ritmi da Premier League, ritmi che in questi anni forse solo l’Atalanta di Gasperini ha saputo sostenere con continuità in Serie A. Ritmi alti, però, abbinati al gioco di posizione, evoluzione di quello che fu il gioco a zona, lasciando da parte proprio la scuola gasperiniana delle marcature a uomo a tutto campo, che non prediligo per varie ragioni. L’allenatore giusto per un’idea del genere sarebbe Maurizio Sarri, e continuo a sostenerlo mentre in queste ore avanzano la candidatura di Fabio Grosso e perfino l’ipotesi della conferma di Vanoli. Perché Sarri? Perché, da ex profeta del bel gioco a ogni costo, temperato da una lunga carriera, saprebbe probabilmente dosare disciplina tattica e innovazione senza strappi, aprendo un progetto da far crescere un passo alla volta, magari anche con altri allenatori, quando la Fiorentina sarà più matura e meglio piazzata in classifica. In fondo Roma non si è fatta in un giorno.
Quali potrebbero essere, allora, i pochi giocatori da salvare in questa stagione disgraziata, perché funzionali a una nuova Fiorentina costruita su questi principi? Bisogna scavare nelle pieghe di una squadra che ha offerto pochissimo sul piano dei valori tecnici, per capire chi sia stato vittima delle circostanze e chi invece abbia contribuito a crearle.
L’unica sicurezza è il portiere. Superato il momento più buio, De Gea ha ricominciato a salvare risultati come l’anno scorso. A maggior ragione se la nuova dirigenza confermerà il proposito di far crescere Martinelli, ancora immaturo per diventare il portiere del futuro, mi sembra assurdo andare a cercarne un altro per il presente. De Gea è un campione, non più giovanissimo ma ancora perfettamente valido per il livello della Serie A, e non c’è ragione di metterlo in discussione sul piano tecnico. Chi lo critica per le mancate uscite dovrebbe tenere conto che lui è un portiere che non esce: non lo ha mai fatto in carriera, ma a Manchester non ne hanno mai fatto un problema. Del resto non sarebbe il primo portiere allergico alle uscite ad aver giocato con noi: Seba Frey non si buttava nemmeno sui cross bassi in area piccola, ma non lo abbiamo mai discusso per questo. Semmai la dirigenza potrebbe ritenere troppo alto l’ingaggio dello spagnolo, ma se vogliamo tornare competitivi bisogna distinguere tra chi percepisce stipendi elevati senza rendere e chi invece si guadagna quei milioni sul campo. E De Gea è uno di questi, forse l’unico.
La difesa è stata un pianto per tutto l’anno, e trovare giocatori da salvare è difficile. Rugani è ancora in corsa per la riconferma, che scatterà se dovesse giocare titolare in una delle partite restanti, e questa non mi sembra una buona notizia. In assenza di coppe europee, se tutti fossero d’accordo, terrei alcuni dei titolari di quest’anno come riserve per il prossimo, cioè Ranieri e Comuzzo. Il primo potrebbe ritrovare la verve che lo aveva contraddistinto in passato dentro un contesto diverso; il secondo potrebbe riprendere un percorso di crescita interrotto bruscamente quest’anno, con risultati disastrosi. Il confronto tra le ultime due stagioni dimostra che il ragazzo non c’è stato con la testa, ma l’anno precedente aveva lasciato intravedere qualità che potrebbe ritrovare: gli serve un maestro. Pongracic, invece, è un giocatore formato, ma di scarsa personalità e incline alle distrazioni, pur essendo efficace quando conduce palla in avanti: per me è lui il difensore da cedere. Al centro servono due giocatori nuovi di zecca, veloci, attenti, con fisici da difensore moderno, grande personalità, leadership, intuito, conoscenze tattiche importanti e piedi educati. Sembra il profilo di potenziali campioni, ma non molto tempo fa la Fiorentina ha saputo pescare Gonzalo Rodriguez e Davide Astori. Oggi, insieme all’individuazione di un centrocampista chiave, questa è probabilmente la missione più difficile per chi dovrà fare mercato.
Sulle fasce confermerei Gosens, pur consapevole che età e acciacchi iniziano a pesare, affiancandogli però un giovane mancino capace di raccoglierne l’eredità. Dall’altra parte Dodo mi pare a fine corsa: non ride più, e fa disastri. Fortini resta un punto interrogativo. È certamente vittima degli eventi, ma anche degli agenti, che vogliono spingerlo altrove. Per quel poco che si è visto non sembra ancora avere testa e piedi per la Serie A, ma come tutti i giovani di questa squadra si è trovato in una situazione più grande di lui. E resta il rimpianto per Kayode, oltre alla stizza pensando a chi si compiaceva di averlo ceduto per venti milioni.
Passando al centrocampo, l’unico da confermare davvero con convinzione è Fagioli. Da un confronto schietto tra lui, il direttore e il nuovo allenatore dovrebbe nascere la nuova mediana. Molto dipenderà dal ruolo in cui lo si vorrà collocare: un Fagioli regista basso determina un certo tipo di reparto e di gioco, un Fagioli mezz’ala ne apre altri. Potrebbe essere il nuovo Pizarro in un centrocampo fondato su piedi buoni, piazzamento e movimento sopra la media, ma è un’ipotesi in cui credo poco, perché Fagioli non è Pizarro e perché emulare il centrocampo dei tre tenori riesce solo quando si allineano prodigiosamente tutti i pianeti. Più credibile immaginarlo come mezz’ala creativa accanto a un mediano vero, forte in interdizione ma capace anche di costruire, e a un’altra mezz’ala efficace negli inserimenti. È il modello della Lazio di Inzaghi e Sarri, con Cataldi o prima ancora Lucas Leiva in mezzo, Luis Alberto e Milinkovic-Savic ai lati. O, volendo scomodare i miti, Busquets, Xavi e Iniesta. Da noi il mediano dovrebbe arrivare dal mercato, come avrebbe dovuto arrivare già quest’anno; Fagioli sarebbe il nostro Luis Alberto, mentre Milinkovic-Savic lo facciamo fare a Brescianini? Sarebbe un modo per riciclare un acquisto recente che bisogna comunque tenersi, e il suo cambio naturale sarebbe Fabbian. Per gli altri, invece, dovrebbero aprirsi le porte della cessione: Mandragora è un trascinatore buono per squadre di centro classifica, Ndour è tecnicamente troppo limitato per un gioco evoluto e non sempre presente a se stesso. Entrambi hanno portato gol e dato una mano preziosa, ma non hanno l’attitudine né i mezzi per giocare la palla con continuità e precisione lungo tutti i novantacinque minuti.
In attacco è inevitabile immaginare una liquidazione quasi totale del reparto, fatte salve due eventuali conferme. Tocca a Solomon guadagnarsi in queste ultime partite il biglietto da ala sinistra titolare per il prossimo anno, mentre Parisi potrebbe essere l’alternativa alla futura ala destra. Direttore e nuovo allenatore dovranno poi decidere cosa fare del povero Fazzini, forse il giocatore più sacrificato dai mille equivoci con cui Pradè mise insieme questa squadra. Potrebbe essere lui la mezz’ala d’inserimento? Forse sì, ma partirebbe comunque dietro a Brescianini e Fabbian. E si partirebbe già male.
Tenendo presente che in un campionato con cinque cambi anche la panchina conta moltissimo, a Paratici si può chiedere soprattutto una cosa: costruire finalmente una squadra che abbia un’idea dietro. Una rosa pensata per il calcio dell’allenatore, con 22 giocatori dalle caratteristiche complementari, senza ruoli scoperti e senza elementi nulli o dall’improbabile collocazione tattica. Servono dinamismo, tecnica e leadership, soprattutto nella fascia centrale del campo, dove si tengono insieme le distanze e gli equilibri della squadra. Tutto ciò che, in questi lunghi anni, è mancato come il pane.
Come ottenere tutto questo? Un direttore arrivato a metà stagione con un ricco contratto pluriennale dovrebbe avere anche un accordo con la proprietà sul budget e una strategia per limitare i danni della gestione precedente. Le esperienze recenti dimostrano che passare dalla lotta per la salvezza a quella per l’Europa è più facile che compiere l’ultimo salto verso una presenza stabile tra le prime cinque del campionato. A una società con i bilanci in ordine possono bastare pochi milioni, se accompagnati da cessioni intelligenti e grande competenza. Ma a una squadra con troppi tesserati, un monte ingaggi fuori controllo e cartellini fortemente svalutati servirà un’immissione di denaro più robusta, perché dalle cessioni arriverà poco o nulla. È vero che una dirigenza capace sa trovare giocatori molto validi anche a costi contenuti, valorizzandoli nel contesto giusto. Ma qui le operazioni da fare sono tante, e i soldi in entrata dal mercato saranno pochi.
Propedeutica alla costruzione della squadra è infine la composizione degli staff. Mai come quest’anno si è visto quanto il lavoro di preparatori e medici possa incidere, in positivo o in negativo, sull’andamento di una stagione. Per questo aspetto con particolare trepidazione una smobilitazione generale di tutti coloro che non scendono in campo ma presidiano i bordi del campo. Se Paratici non riuscirà a ottenerla, il segnale sarà chiaro: avremo un direttore che non dirige. E allora tutto rischierà di prendere una brutta piega.
di Pierre Bayle
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