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LIVE – Paratici: «La proprietà vuole una Fiorentina competitiva e duratura. Ma c'è bisogno di tempo»

Le parole del direttore sportivo della Fiorentina nella conferenza stampa di fine stagione: seguile live su LaViola.it!

Tempo di conferenza stampa in casa Fiorentina. Dal il Wind3 Media Center del Rocco B. Commisso Viola Park, prende parola il ds Fabio Paratici.

Queste le sue parole: «Tornando indietro a febbraio, chiedemmo a voi un momento di unità e non di divisione. Per la Fiorentina e la città di Firenze, che ne avevano assolutamente bisogno. Mi unisco ai ringraziamenti. Siamo stati uniti, e questo ha portato grandissimi benefici».

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LINEE GUIDA. «La proprietà è molto forte, vuole costruire negli anni una Fiorentina competitiva e duratura. Ci tengo a sottolineare queste due parole: competitiva e duratura. La proprietà, aggiungo io, ha bisogno di tempo. Le cose non succedono in due settimane. Ci vuole tempo per costruire cose durature e competitive».

BUDGET. «Siete affezionati a questa storia del budget. I budget ci sono in tutte le società, ma non sono dati solo dal mercato. I budget fanno parte di una totalità del club, non solo sul mercato. Il budget viene dato dalle entrate, dalle uscite, dai risultati che otteniamo, dalle revenues commerciali, dallo stadio che migliora. Il budget è generale, non è un budget di mercato».

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IL FUTURO DI KEAN. «Come su tutti gli altri calciatori, siamo in un periodo di mercato. Ci sono delle interlocuzioni con i calciatori e i loro entourage. È una cosa normale. Sicuramente non sono qui a raccontarvi in questo periodo di mercato tutta la verità di quello che ci diciamo con i giocatori e il loro entourage, per essere sincero. Per quanto riguarda Kean, è assolutamente un patrimonio del calcio italiano e della Fiorentina. Tutti sanno quanto sono affezionato a lui, l'ho visto crescere da un quando aveva 9 anni fino alla Champions League. L'ho anche già venduto una volta sotto la mia gestione. Sono affezionato a lui come a tutti i calciatori che ho avuto. Però siamo in un periodo di mercato. Speriamo e vogliamo che sia il nostro numero nove. Ma tutti i club di calcio non sono padroni del loro destino sul mercato, apparte i primi cinque o sei al mondo. Credo che sia una risposta sincera e realista per i nostri tifosi. Innanzitutto perché ci vuole rispetto, ma anche per educare le persone a cosa succede nel mondo del mercato e del calcio in generale».

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OBIETTIVO. «Duratura e competitiva significa avere una visione. Se non ce l'avessimo sarebbe molto preoccupante. Speriamo di distinguerci in questo, almeno nel calcio italiano. Ci sono già dei begli esempi a cui guardare. Vogliamo e possiamo essere un club che compete negli anni, facendo le cose per bene. Per quanto riguarda la posizione in classifica, io ho una mentalità molto competitiva. Non accetto da me stesso di arrivare quattro anni di fila settimo o ottavo. Posso accettare di arrivare una volta quattordicesimo per prepararmi ad arrivare sesto, quarto o terzo. Questo è quello che posso dire per cercare di dare un'idea seria di quello che penso».

L'ADDIO CON VANOLI. «Siamo stati concentrati fino all'ultimo minuto dell'ultima giornata su Paolo Vanoli e su quello che dovevamo fare in questa stagione sportiva. Ha fatto un grandissimo lavoro. Credo che in questi ultimi cinque mesi abbiamo fatto un bel lavoro per supportarlo. Come dissi, l'allenatore è il ‘Re Leone’ nello spogliatoio, quindi noi dobbiamo metterlo nelle condizioni migliori possibili per rendere al massimo. Credo che lo abbiamo fatto, e lui è stato bravissimo a portare avanti una situazione molto complicato. Poi, quando si è a capo di un qualsiasi gruppo, si è chiamati a prendere delle decisioni. E le decisioni non sono basate su ciò che una persona ha fatto. Un buon capo è costretto a decidere per il bene di un gruppo su quel che si farà, che sarà o che si potrà fare. Siamo arrivati alla fine del campionato, ci siamo presi il nostro tempo per non essere ‘emotional’ nel prendere le decisioni. Certe decisioni sono sempre molto difficili quando si sta tutto il tempo tutti i giorni con una persona. Si creano rapporti umani. Abbiamo lasciato un attimo scendere questa emozione, abbiamo ragionato un attimo in maniera un po' più razionale e abbiamo preso questa decisione».

L'ARRIVO DI GROSSO. «Grosso era l'unico candidato. Ci piaceva il profilo e tutto quello che ne segue».

OBIETTIVO EUROPA O SALVEZZA? «Non ho parlato di sesto o quattordicesimo posto. Chiarisco bene: per carattere sono una persona molto competitivo. Non accetto da me stesso di essere ‘flat’, di essere ottavo tutti gli anni. Storicamente la Fiorentina è un club che fa 55 punti, non parlo neanche di posizioni, ma di punti. Le posizioni a volte sono dati da degli exploit. Il Napoli fece 90 punti e non vinse il campionato. Non voglio parlare di posizioni, voglio parlare di costruzioni nel tempo. Da me stesso non accetto una situazione piatta, di arrivare quattro anni di fila ottavo. La storica posizione della Fiorentina è sesta, settima, ottava.  Bisogna cercare di prendersi dei rischi per costruire qualcosa per cui ci vorrà più tempo. Prenderemo critiche, dovremo attraversarle. Non fare il calciomercato per arrivare in una certa posizione. Faremo un lavoro che comprenderà l'organizzazione societaria, la mentalità, la cultura sportiva, la gestione del centro sportivo per far sì che la Fiorentina sia competitiva per arrivare al massimo possibile in termini di punti. Che non vuol dire arrivare in Champions League o in Europa League o meno, ma che vuol dire che sia al massimo della sua potenzialità. Non mettiamo limiti in alto e di posizione. Cerchiamo di fare quanti più punti possibile. Questo è quello che faremo, e non è una questione di calciomercato. È una questione di costruzione di un progetto, di un obiettivo societario, di una visione. Che esula dal comprare un calciatore o un altro. Comprare un calciatore è la cosa più fashion, ma noi siamo concentrati a costruire una società che duri nel tempo, che abbia delle competenze specifiche di alto livello, con una forma mentis internazionale. Questo ci aiuterà a fare più punti possibile. Se poi questo non arriverà in sei mesi o in un anno, arriverà in due».

ANCORA SUGLI OBIETTIVI. «Bisogna sempre avere un minimo di correlazione tra sogno e obiettivo. Dovrebbero essere più vicini possibile per essere correlati. ieri mio figlio, che gioca a calcio, mi ha detto che il suo sogno è giocare i Mondiali. Io gli ho detto che se il suo obiettivo è giocare i Mondiali rischiamo di rimanerci male. È meglio se cominciamo ad avere un obiettivo che sia realistico e un sogno che sia vicino all'obiettivo. Questo non vuol dire che non si voglia provare a vincere. Ma il sogno rimane un sogno e un obiettivo diventa un obiettivo. Quando tu ti strutturi per raggiungere il tuo sogno, il tuo sogno diventa anche il tuo obiettivo. Quando era alla Juventus, quando iniziammo vincere la Champions League era un sogno. Eravamo settimi. Poi con gli anni era diventato un obiettivo».

TANTE CESSIONI DA FARE. «Tutto è correlato. Se hai 60 calciatori sotto contratto, non li puoi far sparire. O si vendono o forse qua dentro non ci stiamo. Bisogna costruire un altro ‘building’ per metterli tutti. Ci sono tra l'altro delle regole ben precise. È una questione anche tecnica e organizzativa, al di là di eventuali tesoretti».

ABBASSARE IL MONTE INGAGGI. «Le mie ambizioni non sono legate al monte ingaggi. Sono legate a costruire qualcosa di solido, senza essere legato a un calciatore specifico o a un altro. Per il resto io credo che le classifiche non siano legate al monte ingaggi, non concentriamoci su questo. Concentriamoci sul fare il miglior lavoro possibile e raggiungere più obiettivi possibili tra quelli che abbiamo programmato. Sapendo che non è tutto nelle nostre mani, che è tutto correlato. Piano piano faremo le nostre cose, un pezzo per volta. Questo non tocca il budget dell'anno scorso, quello di quest'anno, le coppe. Non è questo il nocciolo della questione».

LA FIDUCIA DEI TIFOSI. «Sono stato fortunato nella mia vita perché ho avuto tante pressioni. Sono stato fortunato ad averle. Quando hai tante pressioni è perché competi per qualcosa di grande. Questa cosa mi ha allenato. Purtroppo sono talmente tanto severo con me stesso che tutta la severità degli altri non arriva neanche vicino alla mia. Mi faccio già del male da solo. Le aspettative verso me stesso sono molto più alte di quelle che la gente ha verso di me. Mi fa piacere, sono venuto qui con l'entusiasmo che ho sempre, ogni giorno. Se lavorassi al Piacenza, la squadra della mia città, lavorerei le stesse ore che lavorerei alla Fiorentina, al Real Madrid, al Tottenham o alla Juventus. Sono uno totalitario. Non ho altri interessi, purtroppo per le persone che mi stanno intorno. Sono molto concentrato».

LA DIFFIDENZA DELLA CITTÀ. «Siete voi il tramite per educare le persone. Noi dobbiamo darvi messaggi più equilibrati e credibili possibile. Di storie non ne dobbiamo raccontare, dobbiamo essere concreti e credibili. Ripeto, non accetto da me stesso di fare per quattro anni la stessa cosa. Dobbiamo almeno provarci. Ci riusciremo o no, ma dobbiamo avere entusiasmo nell'obiettivo di costruire qualcosa».

CALCIOMERCATO. «La parola calciomercato non mi piace. Il calciomercato a volte presenta delle occasioni. A volte un giocatore che ha già visibilità può essere un'occasione per il tuo club. Altre volte hai l'occasione di comprare un giocatore giovane, nuovo, in cui credi. Ci vuole equilibrio. La cosa più difficile per un direttore sportivo è scegliere l'allenatore e costruire la squadra. Vedere un giocatore bravo è abbastanza fattibile. Costruire la squadra è molto difficile, perché devi unire e mettere insieme le caratteristiche tecniche, fisiche, umane e caratteriali di giocatori che vadano bene insieme. Ci vuole il giusto equilibrio».

GIOCATORI SUL MERCATO. «Come ho detto prima, non sono qui a dire le cose che ci diciamo con i giocatori e gli agenti. Sono più sincero possibile. Le interlocuzioni che abbiamo sono nostre. Vale per Solomon, per De Gea e per Gosens».

COMUZZO. «È un giocatore molto importante per la Fiorentina. Viene dal nostro settore giovanile, è giovane e italiano. Dobbiamo avere cura di lui. Che vuol dire cercare di fargli fare il miglior percorso possibile. Avremo molta attenzione. Come con tutti i giocatori, ma quando sono giovani ancora di più».

CAMBIAMENTI IN SOCIETÀ. «Come ho detto prima, la nostra idea è quella di costruire un modello societario con degli staff di primo livello, che si distinguono per specificità e competenze. Dobbiamo costruire qualcosa diverso dal normale. La Fiorentina se vuole competere deve fare overperformare i calciatori che ha. Per farlo c'è bisogno di tutto un contorno che dia il supporto necessario a questo processo, accompagnando allenatori e calciatori nel loro processo di crescita. Siamo alla ricerca, abbiamo già fatto cambiamenti meno alla luce del sole. E continueremo a farli».

GROSSO UOMO GIUSTO? «Grosso non è il mio allenatore, è l'allenatore della Fiorentina. È stato scelto da noi perché pensiamo che sia il profilo giusto per quello che abbiamo in testa di costruire. Le scelte delle persone credo che si debbano basare sulla conoscenza in termini di intelligenza, valori umani, morali e non solo professionali. Da un allenatore ci aspettiamo che ragioni anche in maniera un po' dirigenziale. Un allenatore moderno deve allenare sul campo, ma deve anche conoscere le difficoltà che può avere un club. Dal fair play finanziario, alle difficoltà di avere giocatori in rosa, alle strutture. Un allenatore deve ragionare a 360 gradi. Deve conoscere come si comunica, internamente ed esternamente. Queste cose le abbiamo trovate in Fabio Grosso».

LA FIORENTINA HA PERSO APPEAL? «No, la Fiorentina non ha perso appeal. I club non ha perso appeal. Il Liverpool non ha vinto per 20 anni e tutti i calciatori volevano andare al Liverpool. Il Manchester United non vince da tantissimi anni, ma chiedi a qualsiasi calciatore se non voglia andare a giocarci. I club sono storici, hanno una loro storicità indipendente dal risultato sportivo. Poi è chiaro che se giochi la Champions sei più attrattivo».

LA DISTANZA DALLE ALTRE BIG. « La gente si chiede perché il Bologna o il Como riesce a fare certe cose? Mi sembrano due esempi più consoni rispetto alla Roma, che non giocava la Champions da sette anni. Perché sono società che hanno lavorato bene negli anni. Si sono strutturate, hanno una loro mentalità e una cultura sportiva. Hanno trovato allenatori che hanno sviluppato in maniera eccezionale la loro cultura sportiva. Hanno visione e linearità nella visione. Persone con grandi competenze nei posti giusti. Questo è quello che dobbiamo cercare di costruire. Poi quanto ci vorrà non lo posso dire, non posso promettere ciò che non sono in grado di mantenere. Se la domanda è perché c'è distanza, la risposta sta in tutto quello che ho detto precedentemente».

AUTOFINANZIAMENTO? «Il calciomercato non è una voce che esula da altre voci della società. Il bilancio societario è generale, non si fanno i conti solo sul calciomercato».

NDOUR. «È al centro del progetto della Fiorentina, assolutamente. Ha appena iniziato, deve confermarsi. È un altro punto che ci terrei a sottolineare, non solo per la Fiorentina ma per il calcio italiano: non possiamo beatificare i giocatori dopo dodici partite. Possiamo avere un'impressione positiva o negativa. Non dobbiamo neanche crocifiggerli. Dobbiamo trovare un equilibrio. Ndour ha fatto una buonissima seconda parte di stagione. È in crescita. Ci aspettiamo che migliori ancora nella prossima stagione».

RINNOVO DI DODO. «Ha 28 anni e delle legittime ambizioni. Come le ha la Fiorentina. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni o mesi».


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