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Ndour: «La Nazionale un orgoglio ma solo un punto di partenza. Fiorentina, adesso viene il bello»

Il centrocampista viola si racconta in un'intervista alla Gazzetta: «Da piccolo potevo andare alla Juve, ma non me ne pento»

«Ho iniziato nel campetto sotto casa, tra i quattro e i cinque anni giocavo con quelli più grandi, poi io e altri quattro siamo finiti al Brescia». Si racconta Cher Ndour in un'intervista a La Gazzetta dello Sport in edicola questa mattina. «Finivo gli allenamenti e andavo all'oratorio: lì giochi per te stesso, sei più libero mentalmente e tiri fuori la creatività». Cher in senegalese significa uomo saggio, nome che Ndour ha ereditato dallo zio paterno. «Speriamo di diventarlo», sospira. Di sicuro dà l'idea di essere molto riflessivo per la sua età.

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Mamma italiana e papà senegalese: che cosa ha preso dall'una e l'altra sponda? «Essere cresciuto con un mix di culture differenti mi ha aiutato a prendere decisioni che a 16 anni non sono così scontate, come andare all'estero. Sono molto aperto mentalmente, mia madre all'inizio non era entusiasta poi mi ha assecondato».

Ha sempre giocato a centrocampo? «All'inizio ero attaccante, poi al Brescia Giovanni Valenti, allenatore pure di Balotelli, mi spostò in mezzo».

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Però non ha perso l'abitudine al gol: 7 reti nel 2025-26, con Vanoli che le chiedeva di tirare di più… «Quando facevamo le gare a fine allenamento tutti mi dicevano che ho una bella sassata. Il mister mi ha dato fiducia, ora voglio diventare più decisivo, fare assist e rischiare di più la giocata».

Da bambino chi era il suo idolo? «Cristiano Ronaldo per la mentalità, ma nel mio ruolo ho sempre amato Pogba. Giocatore fantastico».

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Però a 13 anni ha detto no alla Juventus: pentito? «Non mi pento mai delle scelte che faccio. In quel momento era giusto restare all'Atalanta, dove ero entrato nel vivaio a 10 anni. Ero troppo piccolo per trasferirmi in convitto. La Juventus poi l'ho battuta ai rigori in semifinale di Youth League col Benfica e quest'anno ho segnato allo Stadium: la gioia più grande insieme alla rete all'Inter, forse un pizzico in più per la rivalità storica tra le tifoserie».

A 16 anni si è trasferito al Benfica. Perché ha lasciato l'Italia? «Per carattere io tendo a sedermi, ho bisogno di stimoli. Il Benfica lavora bene con i giovani, ho detto sì anche grazie ai miei genitori che mi hanno seguito. I primi mesi sono stati duri, c'era il Covid e facevamo tutto in videochiamata».

Due anni dopo il Psg di Luis Enrique. Com'è Mbappé visto da vicino? «A 18 anni mi sono ritrovato in uno spogliatoio pazzesco, è stato come fare la carriera su Fifa. Ero timoroso ma mi hanno accolto tutti bene, a cominciare da Donnarumma. Mbappé in allenamento è identico a quando gioca: va a duemila e fa gol da ogni posizione. Luis Enrique mi ha impressionato: poca palestra e poco lavoro aerobico, tutta tecnica».

Poi Braga e Besiktas prima della Fiorentina. Che cosa l'ha convinta del progetto? «15 anni e mezzo all'estero mi hanno fatto crescere come persona e maturare. Parlo 4 lingue e ho giocato in 4 campionati diversi. La Fiorentina è un grande club, ha un centro sportivo di altissimo livello e punta sui giovani».

Nel 2023 ha vinto l'Europeo Under 19 con l'Italia però anche il Senegal l'ha corteggiata: mai avuto dubbi? «L'Europeo è stata un'esperienza fantastica. Con Alberto Bollini ho un bellissimo rapporto, ero stato tutto l'anno con l'Under 20, lui mi ha cercato con grande insistenza e mi ha fatto venire voglia di partecipare. lo sono nato e cresciuto in Italia, le mie radici sono qui al 90%. Due anni fa siamo andati in Senegal ed è nata questa opportunità, ma avevo già scelto».

La mancata qualificazione dell'Italia al Mondiale le ha dato l'opportunità, a giugno, di esordire con la Nazionale. Qual è ora il suo obiettivo? «Il debutto è stato un orgoglio ma solo un punto di partenza, ringrazio Silvio Baldini per avermi chiamato.
Spero di esser convocato a settembre».

Perché da noi i giovani faticano a emergere? «Il divario tra Primavera e prima squadra è troppo elevato, all'estero hanno le seconde squadre che ti permettono di restare in un top club e sfruttare le opportunità».

Un pregio e un difetto? «So ascoltare e sono consapevole di avere difetti. Il mio punto debole è il colpo di testa: sono alto ma non lo sfrutto».

Che effetto fa sapere che in un'estate di grandi cambiamenti lei è un punto fermo della Viola? «Mi rende orgoglioso. Ringrazio Paratici per la fiducia, è la conferma che Firenze è la scelta giusta».

Che voto si darebbe dopo l'ultima stagione? «Non più di 6-6,5, perché la squadra viene prima di tutto e non abbiamo fatto bene».

Ha avuto davvero paura di retrocedere? «Non ho mai pensato che non ce l'avremmo fatta ma la situazione era drammatica: eravamo forti ma ultimi. Col cambio di modulo c'è stata la svolta».

Dove si sente più a suo agio in campo? «Mezzala nel 4-3-3, destra o sinistra è uguale».

Che impressione le ha fatto Grosso? «Non abbiamo ancora parlato in privato, ma è giovane e ha idee molto propositive. Dobbiamo seguirlo e fare bene. Siamo una squadra giovane, vogliamo costruire qualcosa di bello a lungo termine».

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