Comuzzo: «Contento di essere a Firenze, mi trovo davvero bene. Da piccolo stavo in porta»
Il difensore della Fiorentina si racconta: «Qui da quando avevo 14 anni, arrivai con mio fratello. La scomparsa di mia mamma...»
Lunga intervista sui canali viola per Pietro Comuzzo, che si racconta tra vita privata e campo. Queste alcune sue parole: «Da piccolo facevo il portiere? Diciamo che mi piaceva giocare in porta perché mio papà giocava in porta, mi è sempre piaciuto anche a casa. Io e mio fratello avevamo un garage o il giardino ed era lui che mi faceva i tiri e io stava in porta, era quello che mi piaceva fare. Poi in realtà il portiere l'ho fatto poche volte, però sì, ecco, era un ruolo che mi piaceva tanto, ora sono finito a fare il difensore, direi per fortuna. Il ruolo di portiere mi ha sempre un po' entusiasmato, da bambino ero lì che mi buttavo, mi lanciavo e quindi era un ruolo che mi piaceva fare da più piccolino».
SCUOLA. «A scuola sono sempre andato bene, lo studio è importante. Mi sono iscritto a settembre ad un'università online, a un corso di ingegneria, mi piacciono le materie matematiche. A casa, anche in base agli impegni e alla stanchezza, mi metto lì a studiare, mi piace».
FIRENZE. «Sono arrivato a Firenze a 14 anni, ma lasciare casa a quell'età non è stato per me così traumatico, perché ho avuto la fortuna di venire qui con mio fratello. E' stata anche una scelta da parte dei miei genitori. Qua a Firenze mi sono subito ambientato bene con mio fratello, poi abbiamo fatto nuove amicizie insieme. Per me Firenze è la seconda casa, anche perché gli ultimi 6-7 anni della mia vita li ho vissuti prevalentemente qui. Io mi sono sempre trovato, l'ho sempre detto, benissimo qua a Firenze, perché credo e reputo che sia una città giusta soprattutto anche per i giovani, per crescere anche a livello proprio di città, di persone, e mi ha dato tanto e mi sta continuando a dare tanto. Sono davvero contento di essere qua a Firenze, di dare tutto quello che ho per la Fiorentina, perché mi trovo davvero bene».
FUORI DAL CAMPO. «A me piace anche stare a casa, perché io sono abbastanza sedentario. Ora mi piace tanto giocare a freccette, ho allestito a casa anche un bersaglio di freccette con il quale mi metto lì, magari gioco una mezz'oretta, un'oretta. Oppure magari mi metto appunto a studiare. La Play in realtà è qualcosa che non è che mi piace troppo fare, è una cosa su cui non ho mai avuto troppo una passione, anche se ce l'avevamo sia a casa che qui. Sennò facciamo una passeggiata con la mia ragazza, facciamo un giro in centro».
SOPRANNOME 'SOLDATO'. «Mi rivedo abbastanza, nell'essere preciso, fare al meglio possibile anche in campo. Mi dà noia fare le cose tanto per farle, anche nello studio voglio fare tutto alla perfezione. Sono sempre stato uno molto meticoloso con me stesso, il termine 'Soldato' mi piace. Quando sono con la mia ragazza o la mia famiglia e i miei amici, mi trasformo un pochino, sono più dolce e meno rigido. Me lo dicono in tanti, che a volte devo rilassarmi un po'. Io vivo tanto il presente, mi piace pensare al domani ma non facendo programmi troppo in avanti, soprattutto per la vita lavorativa. Mi piace pensare all'oggi, al domani come obiettivo per migliorarmi. Senza fare progetti a lungo termine».
LA SCOMPARSA DELLA MAMMA. «Ho perso mia padre quando ero qui a Firenze, ero da solo. C'è stato un periodo in cui la vedevo pochissimo, era Natale e capimmo che le cose sarebbero andate in un determinato modo. Quando però ti ritrovi una cosa così non puoi prepararti. Da lì ci siamo legati ancora in modo più forte. Era il giorno prima di giocare in Primavera, mi chiamarono che era successa questa cosa, tornai su a casa. La famiglia è stata un'ancora di salvataggio. Due giorni dopo il mio esordio sarebbe stato il compleanno di mia mamma. È stato un segno del destino. Lei è sempre con me, sento la sua presenza: mi spinge ad andare avanti e a fare tutto anche per lei. E il mio primo gol in Serie A l'ho fatto a Udine. Voglio pensare che sia il segno del destino, mi dà la forza di andare avanti e fare le cose».
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