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Viviano: «All'Arsenal puzzavo di vodka. Fuori dall'Europeo per scelta politica: lo dissi a Prandelli»

L'ex portiere fiorentino si racconta passando da alcune tappe della sua carriera

L'ex portiere fiorentino Emiliano Viviano si racconta alla Gazzetta dello Sport ripercorrendo alcune tappe della sua storia: «Da calciatore tenevo viva la fiamma con quel tipo di rabbia. Oggi sono più sereno, so che la diplomazia zero dalla ragione ti porta al torto. E ha condizionato la mia carriera. Io ho fatto delle cazzate, però c’è chi è stato fuori rosa in sei squadre diverse e ne ha sempre trovata un’altra, ma Viviano era quello che litigava e parlava troppo, non quello che per un compagno avrebbe dato un arto. Il calcio italiano è un grande condominio, le voci si moltiplicano e ti stroncano».

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BAGGIO. A Brescia si è allenato con Baggio. «Per me, fiorentino classe 1985, lui era religione. Beh, al mio primo allenamento da aggregato della Primavera si siede nel nostro spogliatoio per presentarsi e ci chiede: come va? Amici del mio quartiere mi dicevano: “Se lo vedi, saluta Baggio”. Frase fatta, pensavo: invece era tutta gente con cui Robi era andato a caccia».

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OCCASIONI. Arsenal, Sporting e Inter, ma senza giocare un minuto: il destino le ha rubato qualcosa? «All’Arsenal c’era Wenger: mi aspettavo un rivoluzionario, come proposta era un tecnico normale, ma non giocai perché Szczesny fece un’annata pazzesca e c’era anche Fabianski. Allo Sporting fu una questione politica: mi scelse il presidente Bruno de Carvalho, chi arrivò al suo posto mi fece la guerra. Ogni allenatore che arrivava mi chiedeva: “Perché non giochi?”. “E che ne so?”. Me lo spiegò il quarto, Keizer: “C’è l’ordine di non convocarti”. L'Inter? Il mio unico vero rimpianto. Julio Cesar era al suo ultimo anno, ma feci di tutto per andarmene, contro il volere del club: non gli credevo. Una delle cazzate fatte di pancia di cui sopra». Se ne riparlò sette anni dopo. «Handanovic infortunato: feci le visite mediche e anche un allenamento, poi rimasi chiuso in un hotel ad aspettare a vuoto. Qualcuno disse volontà di Handanovic, altri di Conte: boh. Mi chiamò Piero Ausilio: “Vivio, non si fa”. E amen».

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SEI PARTITE IN NAZIONALE. «C’era Buffon, di più era impossibile. Dopo quel biennio avrei dovuto essere più presente, e fu colpa mia, ma non andare all’Europeo 2012 fu una coltellata. Io del Palermo, Sirigu del Psg, De Sanctis del Napoli: più semplice lasciare a casa me. Decisione politica, e ovviamente a Prandelli lo dissi».

La cosa più folle fatta da calciatore? «Io, Di Vaio e Portanova all’Unipol di Bologna per capire come far quadrare i conti e salvare il club. Poi a Parma - trasferta in giornata perché non ci sono soldi - Malesani ci fa: “Giochiamo questa e ci salutiamo: siamo falliti”. Invece nel riscaldamento vedo i nostri tifosi esultare: “Salvi, salvi”. Erano usciti i soldi». Un'altra? «Non sono convocato per Everton-Arsenal e faccio serata. Solo alle due leggo un sms: “Fabianski è stato male: alle sei e mezzo ti viene a prendere un’auto”. Avevo bevuto più o meno mezza bottiglia di vodka, il mio amico proprietario del locale mi guarda: “E ora?”. “Ora portami altra vodka”. A casa all’alba, doccia, arrivo a Liverpool e Santi Cazorla mi dice: “Puzzi d’alcol che fai schifo”. In panchina ebbi quasi un attacco di panico: non ci vedevo. E mi ripetevo “Se devo entrare, ho chiuso la carriera”».


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