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Vendita di Italo, Diego Della Valle incassa 343 milioni di euro

Come riporta La Repubblica, saranno anche tutti alfieri del “made in Italy”, come Luca Montezemolo e Diego Della Valle, ed esponenti di punta della finanza tricolore come Banca Intesa o le assicurazioni Generali. Ma di fronte a una montagna di soldi, non deve sorprendere se patriottismo e interesse nazionale siano passati in secondo piano.

Perché non c’è dubbio che i soci di Italo, nel decidere se vendere agli americani o quotarsi in Borsa rimanendo italiani, si siano trovati di fronte a un dilemma la cui risposta era già scontata una volta letta la cifra messa sul tavolo: due miliardi di euro per una società che soltanto un anno prima era stata valorizzata non più di 600 milioni.

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Più del triplo in meno di dodici mesi.

In pratica, hanno dovuto decidere se incassare subito, guadagnandoci in alcuni casi anche 7-8 volte quanto investito, oppure sperare nel successo di una quotazione piena di incognite e sperare di rivedere la stessa cifra non prima di almeno altri tre anni.

La risposta l’aveva già data, qualche giorno prima del consiglio di amministrazione che ha dato il via libera alla vendita, l’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina: «Di mestiere non facciamo l’azionista di treni.

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Noi abbiamo la vocazione a fare banca e la partecipazione non è strategica. Alla miglior valorizzazione possibile si chiude».

Lo si può anche capire: Intesa, così come Generali, ha dovuto convertire parte dei crediti che hanno sostenuto Italo negli anni del profondo rosso, fino al 2015.
In pratica i soci finanziari hanno rischiato di perdere tutto.

Ora che il business funziona, la società da due anni è tornata in utile e c’è la possibilità di vendere bene, l’occasione ha fatto l’uomo venditore. Secondo alcune fonti finanziarie, dalla sua fondazione Italo è costata circa 1,1 miliardi tra investimenti, treni, aumenti di capitale, cassa bruciata nei tre anni in rosso: i soci ne escono con un guadagno mediamente più che raddoppiato se si pensa che il fondo americano si accollerà anche 430 milioni di debiti.

Così Intesa Sanpaolo, con una quota del 18,81%, incasserà un assegno di 376 milioni di euro.
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Un po’ meno il gruppo Generali: nel 2015 non ha sottoscritto l’aumento di capitale e quindi la sua quota è scesa al 14,31%, per cui in cassaforte metterà “solo” 286 milioni. Ancora meno lungimirante era stato il gruppo Sncf, le Fs francesi.

Sono stati tra i soci fondatori di Italo con il 20% delle quote ed erano stati accusati di utilizzare la società italiana come cavallo di Troia per venire a fare concorrenza a Trenitalia. Ma dopo i primi tre anni difficili hanno preferito perdere l’investimento iniziale e battere in ritirata oltre le Alpi.

E gli altri soci che pure di mestiere fanno gli imprenditori e dovrebbero essere abituati a rischiare? A quanto è stato possibile ricostruire, solo Montezemolo e l’amministratore delegato Flavio Cattaneo hanno cercato di resistere sulla linea della quotazione in Borsa.

Non per molto e comunque anche loro si potranno consolare con i futuri incassi: a Montezemolo (12,71% delle azioni) andranno 254 milioni di euro, Diego Della Valle (17,14%) incassa 343 milioni di euro, Gianni Punzo ( 7,85%) 157 milioni, Isabella Seragnoli (5,72%) 114 milioni e Alberto Bombassei (4,77%) 95 milioni.

Il colpo della vita lo fa il fondo di investimento Peninsula: entrato un anno fa, ha triplicato l’investimento e col 12,59% se ne va con 252 milioni di euro.

Poi c’è il caso Cattaneo. Nel 2015, quando alcuni soci non voleva sottoscrivere l’aumento di capitale, ha investito parte della liquidazione che aveva preso da Telecom Italia ed è salito al 5,83%. Contando anche quanto ci aveva messo in precedenza: a fonte di circa 15 milioni investiti ora ne incamera 116.

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