Sousa il freddo. Allenatore e capitano in uscita, ed un finale ancora tutto da giocarsi
Sorriso piatto e risposte formali, che spesso cominciano con «come ho già detto altre volte», perché da tempo l’entusiasmo si è trasformato in gestione ordinaria e quindi c’è poco da aggiungere. «Come ho già detto altre volte...», un modo per ricordare che la memoria è corta e che basta una recita educata sapendo che ogni risultato può far cambiare il vento, ma niente ricomporrà il cerchio magico.
E comunque ognuno al suo posto nel rispetto della propria funzione, l’allenatore allena e stop, l’idea della motivazione globale è moribonda da un anno e Sousa condivide quel che resta della sua vorace passione all’interno dell’unico, vero, inaccessibile fortino: la squadra e lo staff.
Ma anche qui è dura, perché il gruppo dei giocatori ha il capitano in uscita a costo zero – dopo aver comunque rifiutato un rinnovo annuale da 2,8 milioni lordi – e sa che l’allenatore fra meno di cinque mesi chiuderà la sua esperienza viola, quindi la riserva di energia può arrivare solo dai risultati.
E’ grazie a loro che si alimenta l’autostima, il motore di una macchina che sta viaggiando per inerzia, a volte dritta e altre meno. All’esterno Sousa è cortese e piatto, addirittura rasoterra con i cronisti, con i quali durante l’incontro settimanale (sempre meno affollato) pochissimo sente di avere a che spartire anche in fatto di complicità.
Dopo le incomprensioni sui sostantivi, a cominciare da quello di cinque lettere pericoloso da maneggiare (sogno) insieme all’ancora più insidioso verbo all’infinito (sognare) Sousa ha ammainato qualsiasi progetto di feeling. Va in sala stampa perché deve, sbobina una serie di ovvietà e soprattutto si guarda bene dall’avventurarsi in concetti che potrebbero complicargli la vita con la società.
Interviste esclusive zero, come Guardiola, perché i media sono tutti uguali e approfondire i concetti con una serie di domande logicamente concatenate, poi, potrebbe essere un problema. Basta incidenti diplomatici. Meglio dunque restare sul vago, cinque o sei domandine e via, in trasferta almeno lo scambio al borotalco si chiude con un cortese «buon rientro».
Sono da mesi più quieti e tiepidi anche gli abbracci con i tifosi, perché la recita parziale con loro non è ammessa, non se la meritano, almeno questa risparmiamocela. Sousa in ogni caso li considera i veri, incolpevoli, perdenti di un’esperienza che per quanto lo riguarda si sta avviando verso la fine.
Però proprio alla fine non siamo, c’è ancora mezzo campionato da giocare e l’Europa League può essere un bel posto per riprendere colore (e magari mettersi in vetrina). Sousa sa bene che dovrà convincere gli eventuali club che lo stanno seguendo e da questo punto di vista niente può essergli rimproverato sotto il profilo dell’impegno e dello studio dei dettagli.
E’ sempre in movimento, l’evoluzione di Sanchez difensore documenta uno sforzo non banale. L’esplosione di Chiesa è un merito indiscutibile di Sousa. Così come la gestione di Bernardeschi, fortemente voluto il primo anno, difeso il secondo e poi liberato dai compiti di copertura.
Restano tracce di una mano felice, sebbene nel corso della stagione troppe siano state le formazioni poco convincenti, gli approcci modesti e le scelte in corsa poco incisive. «Io sono una persona coerente, non un ipocrita», dice Sousa: bisogna dargli atto che è vero, è stato di una coerenza assoluta da luglio in poi, quando si è presentato con una missione diversa, opposta a quella di cui si era autoincaricato un anno prima con grandissimo entusiasmo, perfino contagioso da quant’era vero.
Da grande motivatore globale – «tutti sono importanti, i tifosi per primi, ma anche i media» – a gestore di un magazzino umano. La Fiorentina ha un’opzione in scadenza a marzo per confermare Sousa, ovviamente non la eserciterà perché dallo scorso gennaio le due parti hanno avuto modo di concentrarsi soprattutto sui rispettivi difetti, più che sui pregi: caratteri e atteggiamenti poco malleabili, mettiamola così.
I mesi che restano dovranno essere gestiti con grande dignità, la raccomandazione è sicuramente superflua perché il modo in cui giocherà la Fiorentina sarà il miglior biglietto da visita per Paulo Sousa, che nella sua esperienza da allenatore ha traslocato in cinque Paesi e certo non si preoccupa di fare una nuova esperienza in un sesto.
La sua fame di novità, la sua voglia di stupire ha bisogno di trovare un nuovo metro di confronto e certamente è giusto auguragli il meglio. E non certo, se dovesse tornare in Premier, di rivederlo di fronte ai cronisti, un poco annoiato e rassegnato, mentre recita «As I said before...».



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