Quando i leader (non) abbandonano la nave
Dall’addio amaro di Dzeko al “no” di Gosens all’ultima curva. Questa Viola ha bisogno di leader veri
Nel gennaio appena trascorso, abbiamo assistito ad una mini-rivoluzione della rosa viola: tra i nuovi arrivi e i molti epurati (ben dieci), la squadra cambia ma l’essenza rimane la stessa.
Il popolo Viola ha richiesto a gran voce quel leader (sia di difesa che a centrocampo) che, purtroppo, non è arrivato dal mercato invernale. La dirigenza gigliata ha provato a mettere le toppe a una squadra che faceva acqua da tutte le parti, concentrandosi sulle lacune più evidenti (soprattutto sulle fasce), ma trascurando una necessità che è apparsa chiara sin dall’inizio di questa tumultuosa stagione: un uomo “di personalità”.
Nel mezzo, anche un cambio di gerarchie all’interno del gruppo squadra, con la “retrocessione” di Ranieri da capitano a soldato semplice, in favore di De Gea, che ha meritatamente ereditato la fascia.
EDIN, ADDIO AMARO. A rendere il quadro ancora più emblematico c’è l’addio di Edin Dzeko. Un’operazione che, va detto chiaramente, non era affatto passata in sordina in estate. Perché è vero che non ci furono presentazioni hollywoodiane, ma l’arrivo del bosniaco portava con sé un carico enorme di aspettative, proporzionato a un ingaggio pesante e a un curriculum che parlava da solo. Dzeko doveva essere molto più di un semplice attaccante esperto o di un’alternativa a Kean: doveva rappresentare una guida tecnica, un riferimento emotivo, un uomo in grado di alzare il livello nei momenti difficili.
Nulla di tutto questo, sul campo, si è realmente visto. La sua esperienza a Firenze, guardata con onestà, è stata ampiamente fallimentare sotto il profilo delle prestazioni. Poco incisivo, spesso fuori dal gioco, raramente determinante. Mai davvero centrale nel progetto tecnico di Pioli, nonostante lo status e il peso economico dell’operazione. Un investimento che non ha prodotto né gol, né gioco, né crescita collettiva. Resta, questo sì, l’averci messo la faccia. Dzeko ha provato a incarnare il ruolo del veterano, del leader morale: il confronto diretto con i tifosi, le parole in mixed zone, il megafono sotto la Fiesole nel momento più buio della stagione. Un’immagine forte, destinata a restare nella cronistoria di quest’annata difficile.
Ma è anche qui che nasce l’amarezza più profonda: quando di un’esperienza resta solo un gesto simbolico, significa che tutto il resto non ha funzionato. Il suo addio, consumato quasi in silenzio, direzione Schalke 04, certifica un rapporto mai sbocciato. Una separazione che sa di resa, prima ancora che di scelta. Dzeko chiude il cerchio della carriera laddove tutto era iniziato. La Fiorentina archivia un’operazione sbagliata, sotto ogni punto di vista.
E la domanda resta sospesa, inevitabile: chi sono oggi i veri leader di questa squadra?
QUEL NO DI ROBIN. Una risposta, paradossalmente, non arriva da un acquisto, ma da un rifiuto. Quello di Robin Gosens, che all’ultimo minuto ha detto no al Nottingham Forest, rinunciando a un’offerta importante e alla possibilità di ritrovare Nikola Milenković, uno degli ultimi leader riconosciuti dello spogliatoio viola. La società, secondo indiscrezioni, aveva anche aperto alla cessione, attratta da una proposta da circa 10 milioni di euro: una plusvalenza considerata “intelligente”, specie per un over 30. Ma Gosens ha scelto diversamente.
FEDELTÀ ASSOLUTA. Non è una novità. Già in estate erano arrivate offerte – l’Atalanta in primis – e anche allora la Fiorentina non aveva chiuso la porta. Ancora una volta, però, il tedesco non ha mai realmente preso in considerazione l’idea di lasciare Firenze. Una scelta che va oltre il contratto. Gosens e la sua famiglia avevano immaginato qui il proprio futuro ancor prima del suo arrivo in viola. Un atto di fedeltà autentica, che oggi assume un peso enorme in una stagione segnata dalla paura, dalla lotta nel fango e dalla necessità di uomini capaci di reggere l’urto psicologico prima ancora che tecnico. Ora che i problemi fisici sembrano alle spalle, la Fiorentina può e deve aggrapparsi a questo tipo di leadership.
Perché i veri leader non fanno proclami, non hanno bisogno di megafoni: restano, quando sarebbe più facile andare via.
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