Quando finisce un amore... da Prandelli a Sousa, storie di crisi in panchina
GLI addii non sono tutti uguali. Ci si può lasciare con un abbraccio sincero, o con una stretta di mano che è più forma che sostanza. Ci si può lasciare con battutine acide, o tra dispetti e piccole vendette. Molti i modi, moltissime le conseguenze.
E più sono grandi le passioni e più faticoso dirsi addio. Di sicuro il lungo addio di Paulo Sousa è qualcosa di realmente sorprendente, nella sua malinconia. Sarà che il fado è tanto affascinante quando scarsamente allegro, ma questa lunghissima storia priva di passione resterà come un vero caso nella storia della Fiorentina.
Un calo di tensione lungo più di un anno, perché per Paulo Sousa le farfalle nello stomaco sono durate due o tre mesi, ed è bastato il mercato alla meno del gennaio 2016 a fargli decidere che era tutto finito. Stesso discorso a Casette D’Ete: Il tecnico salta dalla parte dei tifosi.
Lo fa con toni pacati. Le solite battutine, le uova e via dicendo. E lì finisce tutto. Peccato che quel famoso calo di tensione viene trascinato per un anno e mezzo di nulla cosmico. Una vera genialata, non c’è che dire. Senza drammi, però.
Ma in passato le storie sono state molto diverse.
Prandelli, per esempio, era un problema vero. La gente lo adorava, per mandarlo via serviva qualcosa di forte. Tipo un sospetto tradimento unito a molti risultati negativi. Bastava fare il nome della Juve e far capire ai giocatori che il tecnico non era intoccabile.
Anzi, che comunque sarebbe andato via. Tutto fatto: diciassette partite perse, nonostante quella Champions fermata da un arbitro e da un guardalinee a cui mancava solo la maglia del Bayern. Dopo di che tutti allo sbando. Se uno spogliatoio molla un allenatore, l’allenatore è finito.
E così il tecnico più amato diventa un presunto traditore. Ma il ricordo della sua avventura fiorentina non viene scalfito. Lui, persona per bene, Firenze grata delle cose belle viste in quegli anni. Che poi le storie si somigliano tutte.
Quando un allenatore si azzarda a dire qualcosa sul mercato, arriva il solito dirigente e replica duro: «Lei pensi a lavorare sul campo, al resto ci pensiamo noi». E lì inizia la rumba.
Così è andata con Montella, che però, a differenza di Prandelli, riuscì a tenere la squadra dalla sua parte, difendendo i giocatori dopo i tristi fischi nella sera dell’eliminazione col Siviglia.
Il rapporto con la proprietà e il loro avatar si era già spezzato da mesi, ma quelle cinque vittorie filate che permisero alla Fiorentina di tornare al quarto posto spiegano perché quando torna a Firenze per Montella ci sono solo applausi.
Quasi inutile ricordare la triste parentesi di Mihajlovic e gli schiaffoni di Delio Rossi. Quello fu il punto più basso. Prandelli e Montella volevano crescere, altri solo risparmiare. E così ora Firenze balla il fado della malinconia.
In attesa di riascoltare il rock.
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