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Merlo: «De Sisti e Antognoni i compagni più forti. Pesaola un allenatore-motivatore, Radice un innovatore»

Le dichiarazioni dell'ex centrocampista viola sui ricordi della sua carriera e sul calcio moderno

In occasione del suo ottantesimo compleanno, l'ex centrocampista della Fiorentina, Claudio Merlo, ha rilasciato una lunga intervista a Il Tirreno. Queste alcune delle sue dichiarazioni: «Il calcio di oggi lo guardo distrattamente in tv e anche i mondiali, visti gli orari spesso proibitivi, li ho seguiti a singhiozzo perché dopo le 23 vado a dormire. Le mie favorite sono la Spagna e la Francia, quelle che ho seguito maggiormente perché non ho gli strumenti per dare giudizi circostanziati su tutte le altre squadre. Dispiace non vedere l'Italia in una competizione così allargata e con partite talvolta povere di contenuti. Ma se da 12 anni non partecipiamo alla fase finale dei campionati del Mondo qualcuno in federazione una domanda dovrà pur farsela. Le cause sono molteplici, di certo s'investe poco e male nei settori giovanili, si trascura il talento a vantaggio della tattica e non si ha il coraggio di gettare nella mischia ragazzi di 17-18 e 19 anni come accadeva ai miei tempi quando, nella Fiorentina che vinse lo scudetto c'eravamo io, Esposito, Ferrante e Chiarugi che arrivavamo direttamente dal vivaio. Oggi si punta tutto sulla fisicità a discapito della tecnica e di calciatori che saltano l'uomo e vanno sul fondo ne vedo sempre meno. Così come sono scomparsi i trequartisti che mettono la palla sul piede del centravanti in area di rigore. Si va avanti con stucchevoli giro palla che mi fanno venir sonno». 

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L'ARRIVO ALLA FIORENTINA. «Il merito va ad Egisto Pandolfini, un profondo conoscitore di calcio e scopritore di talenti, che in quegli anni era un apprezzato osservatore della Fiorentina. Mi vede in un torneo giovanile under 15 e organizzò il trasferimento in viola. Alcuni dirigenti vennero a parlare per convincere la mia famiglia: con mio padre ci vollero pochi istanti, mentre mamma inizialmente negò il tesseramento preoccupata del mio futuro. Alla fine si convinse e oggi mi sento orgogliosamente fiorentino». 

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ESORDIO IN A. «Una data che non mi dimenticherò mai: 12 dicembre 1965 a San Siro contro l'Inter che terminò a reti bianche. Avevo 19 anni ed ero ai margini della prima squadra. In settimana si erano infortunati Bertini e l'oriundo Maschio e mister Chiappella, che stravedeva per me, invece di cambiare posizione a un giocatore esperto che stava in panchina decise di gettarmi nella mischia e alla vigilia, prendendomi da parte, annunciò che la Scala del calcio mi avrebbe tenuto a battesimo. Come andò? Benissimo, sono sempre stato un tipo freddo e in quella occasione fui uno dei migliori in campo. La pelle d'oca l'ho avuto qualche mese dopo quando, sempre in maglia viola, ho visto il Torneo di Viareggio allo stadio dei Pini superando in finale, davanti a 25mila spettatori che arrivavano sino a bordo campo, il Dukla Praga che in quegli anni la faceva da padrone anche perché in squadra inseriva ragazzi over 20». 

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ALLENATORI. «Cito il Petisso e il Sergente di ferro. Con Pesaola abbiamo vinto il tricolore. Di lui si è detto e scritto di tutto: superstizioso, fumatore, giocatore di carte, un mezzo gradasso. In realtà se la Fiorentina quell'anno vinse il titolo lo deve al suo carattere e alla sua tenacia. Era un allenatore-motivatore che ti caricava a mille e andavi in campo con un'adrenalina che ti permetteva di superare qualsiasi ostacolo. Noi lo scudetto lo vincemmo a Torino battendo la Juventus alla penultima giornata 10mila cuori viola a fare il tifo sugli spalti. Pesaola, un'ora prima del fischio d'inizio, ci spedì in campo per farci ammirare lo spettacolo sugli spalti dicendo “Non vorrete mica tradirli". Radice era un innovatore e fu il primo a introdurre la zona nel calcio come faceva l'Ajax e l'Olanda a livello mondiale. Quell'anno era andato via De Sisti e mi era stato affidato il suo ruolo di regista. Ero entrato alla perfezione nei meccanismi di gioco tanto che l'anno successivo, quando il mister passò al Torino, voleva portarmi in granata. Se avessi accettato probabilmente avrei vinto il mio secondo scudetto e invece venni attratto dalle sirene del mio mentore Chiappella che mi portò all'Inter».

COMPAGNI E AVVERSARI PIU' FORTI. «Nella Fiorentina tra gli italiani dico De Sisti, in campo ti trasmetteva la tranquillità, e Antognoni il più forte numero 10 d'Italia mentre tra gli stranieri metto Hamrin e soprattutto Amarildo che aveva tecnica, velocità e nascondeva il pallone agli avversari. Alivello assoluto nel mio ruolo, che annoverava grandissimi campioni, non ho dubbi: Gianni Rivera. Di avversari che t'impedivano di costruire il gioco ricordo Furino, Benetti e Ottavio Bianchi, un me-diano, poi diventato grande allenatore, che non ti mollava un istante».

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