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Mondonico: "Il cancro è un avversario scorretto ma vincerò anche questa guerra"

Una vita a sfidare un avversario. Prima ubriacandolo di finte e dopo in panchina, tentando di anticiparne le mosse, pensando di aver compreso tutto di questo confronto. E invece non avevi capito niente perché questa partita è più difficile.

“La bestia” che Emiliano Mondonico cerca di distruggere è il cancro. Sia maledetto per sempre. Perfido, strisciante, silenzioso come un boa, si è presentato 4 volte nel suo corpo e il Mondo lo ha respinto: “Quando affronti undici giocatori sai tutto di loro.

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Il cancro no, è subdolo, non lo senti arrivare… E quando lo scopri sei alla sua mercé…”. Mondonico ha una voce che vibra di serenità e ripete un mantra: “Mai vinti, mai vinti”. Il pallone è servito: “Il calcio mi ha aiutato: un tumore è il paradigma della sconfitta.

Perdi la battaglia, ma non è finita perché poi vinci la guerra. E io vincerò”. Emiliano, come sta? “Un mese esatto dall’operazione, cammino tranquillamente. Non corro…ma ogni giorno faccio un chilometro in più”. Cronaca di un calvario.

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Data di partenza? “Gennaio 2011, era il 31: mi hanno tolto una massa tumorale di 5 chili, senza che io sospettassi niente”. La diagnosi come nacque? “Mia moglie mi vide con un po’ di pancetta e pensò che avessi ritenzione di liquidi.

La visita non quadrava, mi fecero una Tac. Il chirurgo fu chiaro: ti apro e poi vediamo…”. Tutto a posto? “Macché… Mi ordinarono controlli ogni mese e già al primo tagliando…saltò fuori un’anomalia. Avevano scovato altre due masse tumorali, nascoste dietro la schiena.

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Ma non mi operai”. Perché? “Era febbraio, chiesi di attendere la fine del campionato, la mia missione era salvare in B l’Albinoleffe. I medici mi capirono, ma decisero di monitorarmi continuamente per intervenire all’istante.

Il calcio mi servì per non pensare, dandomi forza. Alla fine salvai l’Albinoleffe e la mia vita: rientrai in sala operatoria”. Una via crucis, sono passate due stazioni. Vada avanti. “Cinque anni belli, senza problemi. Ogni controllo era una gioia perché tutto filava liscio fino all’inizio del 2016…”.

Che successe? “Nuova Tac, il tumore era tornato in più forme. Una massa di queste era talmente grande da avermi spostato un rene. I medici decisero in questa occasione di togliermi alcuni organi per la paura che ‘la bestia’ avesse messo radici… Per fortuna il danno era circoscritto”.

Quindi? “Passata l’estate siamo arrivati a settembre e questo maledetto ha ribussato alla porta: lo abbiamo accompagnato a febbraio e ho subìto il quarto intervento…”. Tutto a Milano? “Sì e grazie di cuore ai nostri dottori. La medicina ha fatto passi incredibili.

In ospedale entri in contatto con tanta gente che ha il tuo medesimo problema, nasce la condivisione, loro fanno il tifo per me. Ho voglia di lottare, di giocarmela fino in fondo. Mai darsi vinti. Mai vinti…”. Chi le ha dato questa forza?

“Il calcio mi ha aiutato a diventare così, a combattere. La sconfitta è stata formativa: perdi la partita, ma non sei morto, la guerra non è finita. Ecco il mio punto di riferimento. E io vincerò”. Emiliano, pensi a quanti avversari ha affrontato in vita sua: il cancro com’è?

“Il più difficile con cui misurarsi perché non lo senti, è subdolo. Non ci posso giocare contro perché non lo vedo, non lo conosco fino a quando mi appare, ma quel punto sono già alla sua mercé. Io mi toccavo in quel punto, infilavo le dita nella carne e non avvertivo niente: non avevo percezione della sua nefasta presenza”.

Diceva dei medici: sono giocatori decisivi? “Davvero, altra similitudine straordinaria col calcio. Io mi sono trovato davanti un’equipe eccezionale, la mia squadra fortissima. Rapporto positivo, noi abbiamo fiducia in loro perché sanno scendere in campo e a differenza nostra conoscono la tattica con cui sfidare e sconfiggere l’avversario”.

In precedenza ha mai avuto problemi? “Tanti anni fa allenavo l’Atalanta e la Fiorentina dei Pontello mi voleva. A Bergamo mi trovarono una macchia al fegato: era solo un angioma, ma persi il treno per Firenze. Occasione che avrei sfruttato dopo molto tempo riportando i viola in A”.

Mondo, non ha paura della morte? “Non la temo. In questa esperienza ho visto bambini nel reparto oncologico e ho pregato per loro. Io ero stato fortunato ad avere una vita privilegiata, loro invece non meritavano di cominciarla neppure.

Ho sentito una cosa dentro davvero forte”. E’ molto credente? “Sì. Ho studiato dai Salesiani e ringrazio Dio che mi ha dato tanto. E se ora pensa più a qualche altro ha ragione… Io ho già avuto”. La sua serenità è stupenda, allora proviamo a fargliela perder parlando di cose più prosaiche come la Fiorentina: ma il tifoso viola Mondonico non è inferocito?

“E’ finita anche quell’epoca (e scoppia ridere, ndr)… Sono oltre… Adesso aspetto di capire che vorrà fare da grande questa squadra… Però fatemi fare un ringraziamento ad Andrea Della Valle”. Prego. “Mi ha mandato un messaggio stupendo: ‘Mister, di qualsiasi cosa abbia bisogno si ricordi che noi siamo a disposizione’.

Mi ha fatto molto piacere”. Lei è critico con i giocatori, ma di Sousa che dice? “Non mi va per il mestiere che faccio di giudicare un tecnico solo per i risultati, dovrei avere molti più elementi in mano. Certo, sullo zero a zero col Cagliari mi toglie Bernardeschi e allora rischio di esplodere, ma subito dopo penso che un perché dovrà esserci.

Non ho mai visto nessuno evirarsi per far dispetto alla moglie…”. Con Bernardeschi che farebbe? “Credo che Fiorentina e Torino si somiglino: se viola e granata desiderano costruire qualcosa di importante devono tenere questi due giocatori fabbricando intorno a loro squadre forti.

In questo modo i tifosi capirebbero lo sforzo, avrebbero meno pretese, dando credito e fiducia alle società”. E Chiesa? “Federico è molto vicino a come giocava suo padre. Entrambi hanno messo la squadra davanti a tutto, lavorano per gli altri.

E per un giovane questa cose riveste un valore assoluto. Il pericolo, infatti, è pensare solo alla prima pagina che arriva con i gol. A me è capitato e ho sbagliato non capendo che erano solo castelli di sabbia”. Il suo candidato per la panchina se a fine stagione Sousa e la Fiorentina si lasceranno?

“Il ragionamento è semplice: se il tecnico precedente ha usato la carota ho bisogno di cambiare prendendo uno che scelga il bastone. Trovo molto adatto Di Francesco, allenatore che sa comandare e farsi rispettare. A Sassuolo ha maturato esperienze fondamentali, non è il tipo che si accontenta di giocare a testa in basso e gambe in sù…”.

Emiliano, la Fiesole l’ha commossa con quegli striscioni? “Grazie e lo dico col cuore in mano. Forse a qualcuno può sembrare niente, ma sapeste che significa in frangenti come questi non sentirsi solo… Un pensiero può fare tanto di più che l’indifferenza…”.

Forza Mondo, vai a vincere questa guerra, Firenze è con te.

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