L'ex viola Obodo si racconta: «Zanzare, fucili e fughe, la storia dei miei due rapimenti»
L’ex centrocampista di Perugia e Udinese racconta infortuni, depressione, due sequestri a Warri e il lavoro con i talenti africani
La storia di Christian Obodo sembra scritta per il cinema, ma è tutta reale. Per dodici anni ha vissuto e giocato in Italia, vestendo le maglie di Perugia, Udinese, Fiorentina, Torino e Lecce. Centrocampista dinamico e tecnico, capace di unire corsa e qualità, ha lasciato anche gol spettacolari, come la rovesciata segnata a San Siro contro l’Inter nel 2007, l’ultima della sua carriera in Serie A.
Oggi, a 42 anni, Obodo vive tra Udine e la Nigeria e lavora come scout. A Lagos, come ha raccontato in una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport, segue da vicino la crescita dei giovani calciatori africani.
Obodo, lei scopre talenti?
«Non solo: li porto anche in Italia. Qui a Lagos si è appena conclusa la Coppa U20 del Consolato Generale Italiano, di cui io e Oba Martins siamo ambasciatori. I 18 migliori giocatori vengono selezionati e inseriti nei settori giovanili di club come Udinese, Como e Fiorentina. È un modo per valorizzare il talento africano. Io, comunque, continuo a vivere a Udine”.
L'Italia la scopre nel 2001: come ci arriva?
«Tramite un giro di procuratori. Il mio aveva amici in Spagna e Italia, soprattutto a Perugia. A 16 anni faccio il primo provino e lo supero. In Umbria ho solo bei ricordi, come l'Intertoto vinta nel 2003. E lì ho anche conosciuto il mio secondo padre».
Luciano Gaucci?
«Esatto. Era un vulcanico: dopo le partite litigava spesso con arbitri e presidenti avversari, come nella famosa lite con Matarrese. Fu però il primo a darmi fiducia a 16 anni, quando arrivai da solo in Italia».
E Serse Cosmi?
«Anche lui un papà. Mi ha allenato a Perugia, Udine e Lecce: ho passato diversi anni con lui. A volte era difficile capire quello che diceva, ma rimane una persona che porto nel cuore».
Se Obodo non avesse fatto il calciatore...
«Sarei diventato attore. Oppure campione di tennistavolo. A 12 anni vincevo tutti i tornei del mio quartiere a Warri».
Ricorda l'ultimo gol in Serie A?
«Come dimenticarlo. Inter-Udinese, febbraio 2007. A inizio secondo tempo sfrutto una sponda di testa di Coda, stop di ginocchio e rovesciata a battere Toldo. Poi Crespo pareggiò la partita».
Gli infortuni hanno però fermato la sua ascesa nel momento più bello.
«Mi sono rotto il crociato quattro volte, il primo a 23 anni. La mia carriera è stata un lampo, quasi non me ne sono accorto. A Udine mi stavo consacrando come un top: Liverpool, Barcellona e Real Madrid mi volevano, prima di scoprire che le mie ginocchia erano fragili. Dopo la rottura del quarto crociato sono caduto in depressione. Avevo dolori ovunque e faticavo anche a camminare. Una volta provai un sorso di whisky e mi fece schifo. Mia sorella e mia madre mi salvarono: avrei rischiato di diventare un alcolizzato».
Capitolo rapimenti. Ne subì due nel giro di otto anni: partiamo dal primo, nel 2012.
«A Warri, una mattina, stavo andando in chiesa a portare dei regali ai bambini. Guidavo la mia Bentley quando un'auto mi tagliò la strada. Scesero in quattro armati di fucili e mi rapirono. Mi portarono in una casa abbandonata in mezzo a una foresta. Ricordo le zanzare, un vero incubo. I rapitori chiedevano 150.000 euro di riscatto, ma la mia famiglia non aveva quella cifra e ne pagò 10.000. Il giorno dopo arrivarono 500 poliziotti a cercarmi, ma io ero già scappato dalla finestra».
Il secondo, più "comico", nel 2020.
«Stavo scendendo dalla macchina quando, all'improvviso, alcuni uomini mi presero da dietro, mi incappucciarono e mi chiusero nel bagagliaio della mia auto. Rimasi lì dentro per cinque ore. Poi mi fecero scendere e mi derubarono gli orecchini e il telefono, lasciandomi però la sim. A un certo punto uno di loro mi riconobbe: 'Tu sei Obodo', e da lì mi lasciarono andare».
La notorietà l'ha salvata.
«Sì, quasi li ho ringraziati. A Warri ci sono alcuni gruppi etnici che si sentono sfruttati dal governo e per questo sfogano la loro rabbia rubando e rapendo le persone».
Per concludere, può chiarire il caso sulla sua scomparsa nel 2013?
«Quell’anno andai alla Dinamo Minsk, che mi voleva per l'Europa League. Avevo la pubalgia e mi proposero di curarla con alcune pastiglie, ma io rifiutai. La Dinamo uscì dall'Europa e mi mise fuori rosa. Così tornai in Italia, senza dire niente a nessuno. Un giorno, a Udine, fermarono me e un amico in macchina e la polizia trovò della marijuana: non era mia, non ho mai fumato. La notizia fece rumore e la Dinamo mandò un medico a Roma per farmi un test del capello, che risultò negativo. Il mio amico fu poi arrestato».



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