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La Serie A vuole ripartire, ma serve un'intesa sul protocollo di sicurezza. I dubbi...

I club vogliono tornare ad allenarsi dal 18 maggio per riprendere a giocare da metà giugno, ma bisogna completare il protocollo giudicato 'insufficiente' dal governo

Saranno tre settimane decisive e fondamentali quelle che attendono il calcio italiano.

Da oggi, e non oltre il 25 maggio - termine ultimo fissato dall’Uefa perché le Federazioni comunichino se riusciranno a completare i campionati nazionali e come intendono farlo -, si capirà definitivamente se ci sarà margine per tornare in campo, oppure se si dovrà chiudere tutto.

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L’ultima decisione spetterà al Governo, come ha confermato il Ministro Spadafora in settimana. E prontamente si sono allineati anche Dal Pino, presidente della serie A, e tutti i club del massimo campionato, riuniti venerdì in Assemblea.

Il concetto è ormai noto: tutti favorevoli alla ripresa dell’attività agonistica, a patto che ci siano le adeguate condizioni di sicurezza, altrimenti toccherà allo Stato “tirare giù la saracinesca”. Così scrive Il Corriere dello Sport.

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PROTOCOLLO. Agnelli e Marotta hanno espresso il fermo desiderio di tornare a giocare e l’auspicio di riprendere gli allenamenti di squadra il prossimo 18 maggio e le partite vere e proprie a giugno. La palla però passa al Governo.

La

 “strettoia” attraverso cui occorre passare è quella del protocollo, anzi dei due protocolli: il primo per la ripresa degli allenamenti e il secondo per la disputa delle partite. Se l’aspettativa è quella di tornare ad allenarsi di squadra dal 18 maggio, significa che ci sono due settimane di tempo per raggiungere l’obiettivo.
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La Federcalcio aveva preparato il suo documento che è stato giudicato insufficiente dal Comitato tecnico-scientifico del Governo. Si tratta allora di arrivare ad una nuova versione che soddisfi tutte le necessità, appoggiandosi anche alla Federazione dei Medici Sportivi.

Il primo appuntamento dovrebbe andare in scena questa mattina. DUBBI E INCERTEZZE. I principali nodi da sciogliere sono oramai noti. Si parte dalla gestione di un eventuale nuovo positivo: il protocollo della Figc escludeva la quarantena anche dei compagni, mentre per le indicazioni della Fmsi sono quelle di seguire quanto prevedono le norme, ovvero isolamento anche per chiunque abbia avuto contatti.

Le società hanno sollevato pure il problema delle responsabilità civile e patrimoniale, perché per come stanno le cose cadrebbero su presidente o amministratore delegato del club e sul medico. Senza contare poi tutte le squadre che nelle polizze assicurative per giocatori e dipendenti non hanno considerato le conseguenze di una patologia dovuta ad una pandemia.

Ci sono poi dubbi etici sull’opportunità di far eseguire cosi tanti tamponi ai calciatori, mentre continuano a scarseggiare per il resto della popolazione.

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