Juve, maledizione Champions: perse 7 delle 9 finali giocate
Quando nel 1962 Bela Guttman, allenatore ungherese, vinse la Coppa dei Campioni col Benfica, lasciò il club per via di questioni economiche e lanciò una maledizione contro la squadra portoghese: «Non vincerete mai più una Coppa dei Campioni».
E in effetti, da 55 anni, il Benfica non alza al cielo una Coppa Campioni/Champions League. Guttmann non ha mai giocato o lavorato alla Juve, al massimo ha allenato il Milan, ma da qualche parte nel mondo qualcuno deve aver lanciato un anatema contro la società bianconera.
La Juve ha disputato nove finali di Coppa Campioni/Champions e ne ha perse sette. Bilancio negativo, che certifica lo scarso «feeling» della Signora coi trionfi nella competizione regina. La sconfitta di Cardiff alza il livello dell’ossessione bianconera per il trofeo con le grandi orecchie, ormai siamo ai confini dell’incubo.
DUE VITTORIE Per giunta i due successi juventini non è che è brillino di grande luce, anzi.
La prima Coppa Campioni bianconera è datata 1985 e per molti juventini rappresenta una «non vittoria», perché arrivata nella notte tragica dell’Heysel. La finale col Liverpool non si doveva giocare e si disputò soltanto per motivi di ordine pubblico, per evitare che il bilancio di 39 morti si aggravasse.
Quella sera a Bruxelles gli hooligans inglesi assassinarono l’innocenza del calcio europeo. La seconda volta risale al 1996, con il pallone già catapultato nell’era moderna della Champions. Trionfo legittimo e meritato, ma ottenuto attraverso i calci di rigore: i 120 minuti contro l’Ajax finirono 1-1.
Insomma, una vittoria piena, rotonda, senza se e senza ma, continua a mancare.
DI TUTTO UN PO’ Molteplici sono le cause dell’euro-allergia juventina. Sui social e nei bar, che più o meno sono la stessa cosa, continua a girare la vecchia teoria secondo cui a Gianni Agnelli, negli Anni Sessanta, l’Europa non interessasse granché e di conseguenza l’Avvocato chiedesse alla squadra di privilegiare la corsa scudetto.
È vero che al principio la Coppa Campioni non destava il clamore e l’interesse di oggi, ma è difficile credere che Agnelli, uomo di mondo, con forte spirito euro-atlantico, non spingesse per la crescita della squadra fuori dai confini.
C’è stata sfortuna: nella prima finale, a Belgrado 1973, la Juve incocciò nell’Ajax fantasmagorico di Johan Crujiff e perse «soltanto» per 1-0; Johnny Rep, che sovrasta Longobucco per il gol decisivo, resta un’immagine emblematica, più significativa di tante parole.
C’è stata sciatteria: nella seconda finale, ad Atene 1983, venne sottovalutato l’avversario, l’Amburgo; molti giocatori erano azzurri campioni del mondo, si sentivano superiori e il destino ne punì la presunzione col tiro di Magath.
C’è stato mistero: ancora oggi viene da chiedersi come la Signora abbia potuto lasciare al Borussia Dortmund la Coppa del 1997, finale a Monaco; contro una squadra sulla carta di molto inferiore arrivò un k.o. per 3-1. Ci sono state sviste arbitrali: nella finale del 1998 ad Amsterdam, contro il Real, la Juve venne sconfitta da un gol irregolare di Mijatovic, rete evocata da Dani Alves in vigilia.
C’è stata nemesi: nel 2003, a Manchester contro il Milan, i bianconeri persero ai rigori, sette anni dopo il successo dal dischetto contro l’Ajax. C’è stata timidezza: a Berlino, nel 2015, la Juve si approcciò al Barcellona con eccessiva deferenza iniziale; lo sviluppo della partita e i quarti di finale dell’edizione di Champions League appena chiusa hanno dimostrato che si poteva osare di più, quella sera in Germania contro Messi e compagnia.
Due anni dopo, a Cardiff, altra botta. Chi è il Bela Guttmann della Juve?
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