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Il blog di Ludwigzaller: Centrocampo

Ludwig riflette sulle difficoltà dell'attuale centrocampo viola e dei suoi protagonisti, anche in relazione a quelli del passato

Nel calcio che avevamo imparato a conoscere in tempi remoti, gli ingredienti per creare un centrocampo erano immutabili. Ci volevano un giocatore che corresse per gli altri, un regista e un rifinitore di classe.

Quando vincemmo lo scudetto il corridore era Esposito, l’uomo d’ordine De Sisti, il rifinitore Merlo.

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Più tardi questa impostazione tattica non cambiò. Antognoni si impadronì stabilmente della maglia numero dieci. Era molto più di un rifinitore, ma il regista era Pecci, mentre a correre per tutti ci pensava Orlandini. Era un ordine sacro che non si poteva infrangere e non fu infranto neanche quando assieme a Baggio giocavano gli Onorati e i Cucchi, ma con Dunga a far da  argine.

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Toccò a Prandelli immaginare una squadra diversa, dove a centrocampo c’erano solo due giocatori, l’uno con funzioni di regista, l’altro che si muoveva a tutto campo. Fu l’epoca di Montolivo a fianco del quale giocarono prima Liverani poi Zanetti.

Al termine dell’oscura età di Sinisa, e del mito del centrocampista alla Behrami, uno che in campo dà tutto ma privo di tecnica, la rivoluzione di Montella ci portò in dote il centrocampo più forte del nuovo millennio. Era sparito il corridore, tutti e tre i giocatori possedevano una tecnica elevata e si muovevano con l’eleganza di un balletto.

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Pizarro si faceva notare per il suo lavoro davanti alla difesa e per i lanci lunghi, Borja si dannava dall’inizio alla fine, Aquilani se ne stava in posizione più avanzata, senza disdegnare i falli tattici. L’età e gli alti ingaggi decretarono la fine di quel reparto, con Aquilani in fuga verso il Portogallo, Pizarro che era tornato in patria a svernare e Borja concupito da Spalletti nonostante gli acciacchi.

Se ne è andato alla fine anche Badelj, arrivato per rinforzare la squadra di Montella e poi rimasto a lungo in maglia viola. Sicché quest’anno ci troviamo a giocare con un solo vero centrocampista di ruolo, Veretout, mentre gli altri due titolari, Benassi e Gerson sembrano particolarmente adatti agli inserimenti, ma non hanno il dna del centrocampista.

È vero: questo sistema di gioco era stato pensato per transizioni molto rapide, dunque per tener poco palla. Capita di sovente, però, che la zona centrale del campo diventi un grande spazio vuoto in cui gli avversari si muovono con disinvoltura arrivando facilmente nelle vicinanze della nostra porta.

La difesa è oberata da un superlavoro, regge, ma finisce inevitabilmente, prima o poi, per capitolare.

Non essendoci in rosa giocatori che possano degnamente dare il cambio ai titolari, questo stato di  cose pare destinato a prolungarsi.

Se si fa il conto delle riserve, il quadro che ne emerge è drammatico, tra il muscolare Dabo, il timido Edimilson e il giovane Norgaard. E certo non ci si potrà aspettare che l’acerbo Diakhaté risolva ogni problema. Mentre insomma la difesa svolge il suo lavoro, e l’attacco ha buone possibilità di entrare a  regime, è nel mezzo del campo che la nostra stagione può decidersi, scivolando nella mediocrità.

di Ludwigzaller
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