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I giocatori vogliono allenarsi, anche per questioni contrattuali

Calciatori scatenati contro l'ultimo decreto del Governo che vede la loro ripresa degli allenamenti fissata al 18 maggio

Da privilegiati a discriminati il passaggio può anche essere breve. Così, se i calciatori non volevano passare per i primi, avendo comodamente a disposizione i tamponi a differenza del resto della popolazione, non vogliono nemmeno finire tra i secondi.

Ovvero costretti ancora ad allenarsi a casa, con l’unica colpa di essere atleti di sport di squadra, mentre i “colleghi” delle discipline individuali, dal 4 maggio, potranno tornare a fare il loro lavoro nei centri sportivi. La presa di posizione, già trapelata peraltro dalle parole prima di Parolo e poi di Acerbi, è il risultato del direttivo Aic andato in scena ieri pomeriggio.

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I Calciatori hanno già ribadito più volte il desiderio di tornare in campo, riprendendo dunque a svolgere la loro professione. Ma la presa di posizione diffusa oggi nasconde anche un altro aspetto della questione. Tornare ad allenarsi, infatti, significa tornare a fornire la prestazione prevista dal contratto.

E si tratta di un dettaglio tutt’altro che trascurabile. Infatti l’impossibilità di fornirla a causa di provvedimenti legislativi o amministrativi è il “factum principis” a cui si appellano i club per invocare il taglio degli stipendi.

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Evidentemente occorre un altro decreto per ripristinare la situazione. Rinviarlo al 18 maggio significa allungare da 30 a 45 giorni il periodo di blocco. E visto che ormai la partita sugli ingaggi non si gioca più solo sul filo dei mesi, ma delle settimane, anche un paio possono fare la differenza.

Lo riporta il Corriere dello Sport-Staido.

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