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I dubbi di Pioli: scelte azzardate e grandi sorrisi, ma serve una svolta

Sapeva che non sarebbe stato facile. Sapeva che il loro vero obiettivo era incassare e poi avrebbero pensato a spendere un po’. Sapeva anche che prima di lui era stato contattato Di Francesco, che gli aveva risposto picche e, forse, sapeva anche che qualcuno aveva telefonato a Giampaolo e che Giampaolo, una volta ascoltato il progettone, aveva risposto gentilmente che di un downgrade ne faceva volentieri a meno.

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Ma Stefano Pioli aveva parlato con Diego, il numero uno, colui che, da un altrove errante, alla fine ha l’ultima parola su tutto. E Diego voleva lui, perché dopo un anno e mezzo di gelo portoghese, un allenatore italiano disposto ad ascoltarlo e a dire la sua col massimo dell’educazione, era quello che ci voleva.

Pioli l’umano alle prese con una strana ripartenza più o meno dove tutto era cominciato, la città dove lui sognava di tornare: Firenze.

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È educato, sì. Ma è tosto Stefano Pioli, che conosce e sopporta a fatica le regole non dichiarate del calcio, quelle dei procuratori padroni, delle santissime plusvalenze, dei maneggioni e dei fenomeni. E ha sorriso. A tutto e a tutti, convinto che questa fosse una fantastica occasione per dimenticare l’illusione Inter e ripartire subito coi piedi ben piantati nel campionato italiano.

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Comunque Pioli era ed è felice della sua scelta.

Lo era perché Firenze era Firenze e la Fiorentina anche, lo è perché è convinto di poter uscire almeno un po’ da questa tristezza complessiva, quella che ti tiene incollato alla mezza classifica e ti fa perdere a Crotone e festeggiare (si fa per dire) per un modesto pareggio a Ferrara.

Ma forse, se questi risultati negativi sono i più eclatanti, la sconfitta più dolorosa è quella che invece ci stava tutta, cioè quella con la Roma, perché in quella partita tutti hanno capito la realtà di questa nuova Fiorentina, squadra che contro una grande, per quanto ci metta l’anima, alla fine esce sconfitta.

Fiorentina normalizzata, insomma, e normale a Firenze non è una parola molto amata, perché qui di normale non c’è niente, a cominciare dalla storia, anche quella del pallone.

Il tecnico vede il bicchiere mezzo pieno, e una metafora ciclistica per lui ci sta sempre bene: « la nostra strada è in salita, ma dopo la salita c’è sempre la discesa.

Dobbiamo essere bravi a spianare la strada». Insomma, il buon Stefano confida nel mercato di gennaio, parla a lungo con l’unico dirigente di cui si fida ciecamente (Antognoni) e crede che la sua squadra troverà l’autostima che serve, magari vincendo una partita vera contro una squadra forte.

Il resto sono dettagli e scelte curiose: dai moduli rotanti al Dias trequartista, ma ogni tanto serve coraggio anche per sbagliare.

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