Gravina: «Della Nazionale non frega a nessuno. Ho sbagliato io due rigori e tante palle gol»
Le parole del Presidente della FIGC, dimissionario: «Non posso tollerare di essere definito indegno. Ora recluso tra casa e Federazione»
Sul Corriere della Sera lunga intervista al Presidente federale Gabriele Gravina, fresco di dimissioni dopo l'esclusione dell'Italia per il terzo Mondiale consecutivo. Ecco alcune sue parole: «Ho accettato le critiche in silenzio e addirittura gli insulti. Ma non posso tollerare di essere definito indegno. Nessuno può permettersi certe patenti di moralità, sia dentro sia fuori il mondo del calcio».
Si riferisce al ministro Abodi? «Non voglio fare nomi. Ognuno si qualifica per quello che è e per quello che sente. Toccherà ad altri dare un giudizio».
I risultati della Nazionale determinano le crisi politiche: è giusto? «No e l’ho detto in più di un’occasione. La Federazione promuove il gioco del calcio con un grande impatto sulla società civile. Pensiamo agli oltre 800mila minorenni impegnati, ai progetti con le scuole, ai programmi sull’inclusione e sulla sostenibilità sociale e ambientale. Per non parlare dei risultati positivi delle Nazionali giovanili e di quelli delle azzurre. Forse avrei dovuto essere più bravo come calciatore: ho sbagliato due rigori contro la Svizzera e tre palle gol con la Bosnia e dopo, dal dischetto, ne ho tirati uno alto e un altro sulla traversa. Forse mi sarei dovuto allenare di più…».
Perché si è dimesso? «Mi assumo le mie responsabilità. Non ho mantenuto la promessa che avevo fatto ai tifosi italiani. Avevo detto che saremmo dovuti andare al Mondiale anche a nuoto e invece non ci siamo riusciti. Le dimissioni sono un ultimo atto d’amore verso il calcio. E non potevo permettere che gli attacchi al sottoscritto penalizzassero la Federazione. Ma non è tutto qui… Già prima dei playoff avevo pensato di farmi da parte. E non tanto perché non mi sentivo all’altezza, quanto per i vincoli, i legami e gli impedimenti che frenano la crescita e lo sviluppo del movimento. E tutto ciò, permettetemi di dirlo, è frustrante. Alla fine, ho deciso di rimanere e ho accettato questa via Crucis. Adesso vivo quasi da recluso tra casa e Federazione».
Quale deve essere l’identikit del suo successore? «Non sarò il regista del futuro e non tirerò la volata a nessuno. È folle pensare che possa fare accordi con qualcuno. Sono convinto che alla fine le componenti mostreranno senso di responsabilità e riusciranno ad individuare un candidato in grado di coagulare il maggior numero di consensi possibile».
Avrebbe un suggerimento da dare al futuro presidente? «Serve unità d’intenti e anteporre il bene comune alla difesa dei propri orticelli».
Già, la politica: perché tenta sempre l’invasione di campo? «Una domanda che non va fatta a me. Abbiamo 1 milione 400 mila tesserati e un grande seguito di tifosi. Una realtà che può alimentare qualche sospetto. Lo sport ha un ruolo e una dimensione fondamentale nella società e merita rispetto anche quando si perde, non solo quando si vince».
Spalletti, suo ex allenatore, caldeggia una Under 19 per ogni squadra, ma è vietato dalle leggi europee. Non si può fare proprio niente se non appellarsi al buonsenso dei club? «Purtroppo no. Si può tentare solo con un sistema di incentivi per i vivai italiani. Uno su tutti potrebbe essere il credito d’imposta, ma il governo non ha mai voluto riconoscerlo».
Gattuso che ct è stato? «Un allenatore preparato e una persona meravigliosa. Nonostante i pochi allenamenti a disposizione, è riuscito a dare un’anima alla squadra. Non è bastato e il primo a essere dispiaciuto è stato proprio lui».
Sia sincero: i giocatori hanno dato tutto? L’impressione è che abbiano già superato il trauma… «Noi sulla carta siamo più forti dell’Irlanda del Nord e della Bosnia. Ho vissuto quei giorni con la squadra e i ragazzi mi hanno promesso che avrebbero dato il massimo: e così è stato. Qualcuno era acciaccato, qualche altro era arrivato al top della forma, ma non ha reso secondo le aspettative».
Cosa invidia alle altre Federazioni dei Paesi top, Inghilterra, Spagna, Francia e Germania. «Lo sapete che adoro il modello tedesco. Loro sono ripartiti da zero nel vero senso della parola, tutti uniti e con lo stesso obiettivo. E adesso stanno cominciando a vederne i frutti. È una visione lungimirante che da noi non esiste. Diciamolo chiaramente: in Italia della Nazionale frega solo ai tifosi. Agli altri, compresa la politica, serve solo per rivendicare, quando le cose vanno male, forme di posizionamento personali».
Con i ritardi nella costruzione e nell’ammodernamento degli impianti rischiamo di perdere Euro 2032? «Sapevamo di partire con forti criticità, ma l’Europeo insieme alla Turchia, che rivendico come un grande successo della mia presidenza, serviva proprio da stimolo per riportarci a livello internazionale. I ritardi nella nomina del commissario e il mancato sostegno economico da parte del Governo non hanno generato l’accelerazione auspicata. Però non mi arrendo: nel mio ruolo di vicepresidente Uefa continuerò a lavorare affinché si concretizzi questa grande opportunità per l’Italia».


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