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Gazzetta - Addio a Manninger, il portiere che aveva trovato la felicità nelle cose semplici

L'ex portiere della Fiorentina travolto da un treno nella mattinata di ieri: il saluto del mondo del calcio italiano

leri mattina, poco dopo le 8, Alexander Manninger se n'è andato. Una vita strappata in circostanze tragiche poco lontano da Salisburgo, scrive La Gazzetta dello Sport, la città in cui era nato: un passaggio a livello senza barriere, la sua auto che attraversa i binari venendo colpita da un treno e trascinata dopo l'impatto. Illesi i presenti sul treno, senza vita l'ex portiere di Fiorentina, Torino, Bologna, Siena e Juventus, per limitarsi alle esperienze italiane.

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POCHE CERTEZZE. I soccorritori lo hanno estratto dalla vettura riscontrando però l'inefficacia delle operazioni di rianimazione, compreso il ricorso al defibrillatore. Ancora poche le certezze (era funzionante la luce rossa del passaggio a livello?) che forse aumenteranno una volta esaminati i dati recuperati dall'auto. Prima si è diffusa a livello locale la notizia dell'incidente e della circolazione bloccata, soltanto nel primo pomeriggio è stata però rivelata l'identità del conducente. Aveva soltanto 48 anni, Alexander, e i suoi "grazie" si sono fermati a Nussdorf am Haunsberg, su quel dannato passaggio a livello.

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CAMMINO. Lasciare il mondo del calcio, dopo tutto, per lui aveva significato tornare a essere conosciuto con il nome Alexander e non con il cognome Manninger, stampato sulla sua schiena per due decenni di carriera. «Sono felice nella mia pace e nella semplicità», raccontava l'ex nazionale austriaco, ormai distante anni luce dal calcio di oggi. Il suo cammino era cominciato proprio a Salisburgo a metà anni Ottanta, ben prima dell'era Red Bull, per lasciare casa prima con un prestito al Vorwärts Steyr e poi col trasferimento al Grazer, anticamera al salto nel grande calcio del 1997. Wenger cercava giovani in tutta Europa e bruciò proprio la Juventus, diretta su Edwin van der Sar dopo un paio di allenamenti a Torino. Quindi quattro stagioni (e quattro trofei) ai Gunners con David Seaman a fare da chioccia e poi l'addio - rimpianto - nel tentativo di giocare di più. Ecco la Serie A.

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TANTA ITALIA. Durissimo il prestito a una Fiorentina diretta verso il fallimento, fugace l'esperienza al Torino nel 2003 dopo la parentesi senza debutto all'Espanyol, poi le tappe non memorabili tra Bologna e Brescia. In rossoblù pochissime partite, in Lombardia una bocciatura in estate senza mai nemmeno una convocazione. Qua la sua storia torna all'umiltà e alla fatica, al duro lavoro che lo salva da una potenziale caduta libera dopo la fuga dall'Arsenal senza un approdo accogliente. Ecco Siena, finalmente: inizialmente in prestito e poi - dopo un passaggio al Salisburgo - per due anni a titolo definitivo. Manninger in bianconero ritrova il sorriso, i minuti in campo, i colori che indossa con orgoglio e che non cambia nemmeno quando si merita la chiamata della Juventus nel 2008, giocando per quattro stagioni con gli onori dello scudetto del 2012 da uomo spogliatoio con Antonio Conte. In chiusura, quattro anni all'Augsburg in Germania e uno al Liverpool di nuovo in Inghilterra.

I SALUTI. leri in tanti lo hanno salutato, dal dirigente della Juventus Giorgio Chiellini, al presidente del Torino Urbano Cairo, fino ai comunicati ufficiali di Fiorentina, Brescia, Siena e Juventus, soltanto per restare in Italia. E Gigi Buffon: «Hai scelto di rimanere indipendente dall'assuefazione del mondo del calcio, andando alla ricerca della tua felicità nelle cose semplici: una vita salutare nei boschi, la pesca, la natura, la famiglia. Questo era il tuo credo. In un mondo spesso curvo e genuflesso, tu hai sempre rivendicato la tua libertà, mantenendo una postura eretta, con l'orgoglio di chi sa cosa vuole. Hai avuto la forza di allontanarti da tutto questo e guardarci con quel tuo sorriso sornione, come a dire: "siete tutti matti, non mi avrete mai"». Già, mai...


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