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'Forza Vittorio, Firenze ti aspetta sulla balaustra': Cecchi Gori, dalle vittorie al fallimento

Stando al solo ricordo statistico, il «bignami» della vita di Vittorio Cecchi Gori, si può ricordare che oltre agli Oscar con «Il postino», i successi spaziali come «Il Ciclone» e «Mediterraneo» e la sua formidabile e poi disgraziata battaglia per il terzo polo televisivo dal 1993, anno della morte di suo padre, e fino al 2002, è stato presidente della Fiorentina (con cui ha vinto due Coppe Italia nel ‘96 e nel 2001 e una Supercoppa italiana nel ‘96), rimanendo però coinvolto, tra il 2001 e il 2002, in gravi crisi finanziarie, tra le quali il fallimento del club calcistico di sua proprietà.

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Nel «bignamino» troverete memoria dei trentamila che sfilarono a Firenze per chiedere che se ne andasse (in testa le personalità comunali), delle lacrime della città «gettata» come carta straccia in C2.

Eppure Vittorio tanto ha sbagliato ma sicuramente ha pagato anche più dei suoi errori e di quelli dei suoi migliori collaboratori.

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Sarebbe infatti vergognoso dimenticarsi di mille altre vicende. La sua «intuizione» quando decise di prendere Gabriel Batistuta visto in tv alla Coppa America. La sua determinazione nel portare in viola Rui Costa, Schwarz, Effenberg, Borgonovo, Kanchelskis, Baiano, Oliveira, Enrico Chiesa, Di Livio, Brian Laudrup, Torricelli, Flachi, passando attraverso la geniale e terribile operazione Edmundo.

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Con allenatori formidabili come lo stesso Trapattoni e come Claudio Ranieri. Nel suo cinema portò attori sublimi come Benigni e Troisi, nel calcio il meglio del meglio che Firenze abbia anche solo sognato. Genio e sregolatezza, amore e disperazione.

Suo padre Mario poco prima di morire si era raccomandato: «Date una mano a Vittorio, vive di sogni. E’ buono ma si è circondato di signorsì...». Mamma Vittoria lo seguiva in ogni trasferta, a volte gli accarezzava la testa piena di riccioloni e lo amava di una tenerezza infinita.

Quante donne nella sua vita, bellissime e piene di amore.

Ma lui forse non ha mai amato nessuna più di Gabriel Omar Batistuta. Ogni anno che il formidabile argentino di Reconquista tornava a casa dalle vacanze, era una battaglia. Con Gabriel chiuso in un hotel in via Veneto che «batteva cassa».

Ingrassato e pronto a non giocare se il suo stipendio non avesse fatto qualche...passo avanti. E Vittorio prima resisteva e poi cedeva. Impossibile fare diversamente. Per Batistuta salì sulla balaustra del Franchi giurando che mai lo avrebbe lasciato andare.

E per anni ci è riuscito. Anche quando successe l’incredibile: la retrocessione in B con una squadra che pareva da scudetto. E con Batistuta al centro. Vittorio ingoiò l’umiliazione ma tenne quasi tutti i giocatori (via il solo Laudrup) e con quella super squadra affidata a Claudio Ranieri volò via dalla B e tornò in serie A.

Pronto a prendersi altre soddisfazioni. Come quella delle due notti, prima a Bergamo per la Coppa Italia e poi a San Siro dove la Fiorentina di Batistuta seppe mettere sotto, in Supercoppa, il grande Milan di Baresi.

I migliori anni della sua vita calcistica.

Poi il lento planare dei giorni brutti. Giù fino alla B, di nuovo, contestuale al fallimento. E sulla Fiorentina avvoltoi, tanti, una nuvola che neppure gli stormi a Roma. Nessuno riuscì a portarlo in salvo. Oggi che soffre, i fiorentini ricordano i giorni belli e sperano.

Per lui, per i ricordi di tutti, di rivederlo salire in balaustra, al Franchi.

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