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Errori, rimpianti e un obiettivo per il futuro: ritrovare l’unità

Lo scorso anno, era il 10 aprile, osservatori russi erano arrivati fino al Castellani di Empoli per vedere la sua squadra. Ieri invece la tribuna era tristemente vuota (anche il presidente Cognigni a fine del primo tempo se n’è andato) e le sicurezze di Paulo Sousa rischiano ora di sgretolarsi, compresa la sua mai celata convinzione di poter aspirare a una panchina migliore di quella viola.

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È la storia di una caduta senza freni quella della Fiorentina, iniziata dalla vetta di quel primo posto conquistato a sorpresa nell’autunno 2015.

Un crollo tecnico, tattico e psicologico che ha travolto tutti, a partire dalla società fino all’allenatore che sarà ricordato più per le quotidiane bordate ai propri datori di lavoro che per le scelte sul campo. È la storia di un anno passato a farsi dal male, ad allontanare dallo spogliatoio e dal centro sportivo chi entrava in contrasto con il nuovo corso.

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Ne sa qualcosa lo stesso Pasqual che ieri si è preso una bella rivincita verso chi lo scorso dicembre lo aveva privato senza una spiegazione della fascia di capitano, per arrivare al più recente «esilio» del massaggiatore Fagorzi, figura di riferimento dello spogliatoio, ma poco gradito allo staff portoghese.

E poi Pepito Rossi che con Sousa non ha mai avuto feeling e tanti altri, dalle meteore che non hanno lasciato traccia a giocatori importanti come lo stesso Mario Suarez che in questo clima da caccia alle streghe è durato giusto il tempo per fare le valigie il prima possibile.

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Già, perché la Fiorentina negli ultimi dodici mesi ha finito per diventare soprattutto un campo di battaglia per lotte intestine che hanno prima indebolito e riportato al minimo storico il rapporto tra i tifosi e la società e poi sfinito tutti compromettendo il risultato finale e il rendimento di una squadra che ha sofferto, più di tutto, la totale mancanza di ambizione e obiettivi.

E non poteva essere sufficiente, anche se l’intento di Corvino era apparso lodevole, presentarsi in sala stampa e siglare il «patto per l’Europa» tra squadra, allenatore e società se poi basta un pareggio (come quello di Genova la scorsa settimana) per ritrovarsi nuovamente divisi con l’unico intento di scaricare su altri le responsabilità di un fallimento sportivo.

«Abbiamo iniziato la stagione senza che ci fosse stato chiesto di raggiungere un obiettivo», ha tenuto a precisare Paulo Sousa, che poi ha ribadito come «questa squadra non sia mia, io devo solo allenarla».

Peccato, però, che riuscire a motivare i giocatori per arrivare al traguardo nel migliore dei modi sarebbe proprio uno dei compiti principali di qualsiasi allenatore.

Ma tant’è, il fallimento della Fiorentina nasce proprio da qui.

Dall’incapacità di dare un senso a questa stagione iniziata da separati in casa e proseguita peggio. E così mentre sul mercato la società ha scelto contro ogni evidenza di confermare e mettere ancora alla prova un gruppo che aveva dato chiari segni di stanchezza (la continuità era diventata un miraggio già dalla scorsa stagione), è sul campo che la resa dei conti ha finito per creare più danni.

Il risultato? Addio qualificazione europea (e milioni di euro annessi) e squadra da ricostruire. Con Tafazzi che se la ride mentre cala il sipario. Augurandosi, per il futuro, uno spettacolo migliore.

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