Dopo Barone se ne va anche Commisso: la Fiorentina perde i due pilastri della sua era recente
Dal sodalizio umano e professionale nato negli Stati Uniti alla costruzione della nuova Fiorentina: il legame tra il presidente e il suo direttore generale, due destini intrecciati nella storia recente del club
La Fiorentina piange Rocco Commisso. Nella notte se n’è andato a 76 anni il presidente e proprietario del club viola, dopo un periodo di cure prolungato: l’annuncio è arrivato dal club e ha fatto rapidamente il giro del mondo.
Eppure, se c’è un filo che attraversa tutta l’era Commisso in viola - dalla promessa di «riportare in alto la Fiorentina» alle battaglie più dure, fino alle notti di finali europee sfiorate - quel filo porta inevitabilmente a Joe Barone. Il direttore generale scomparso nel marzo 2024 non è stato soltanto un dirigente: è stato il compagno di viaggio, il “braccio destro” e l’amico che ha dato forma quotidiana al progetto di un presidente lontano geograficamente, ma visceralmente dentro la Fiorentina. Un patto prima ancora che un incarico
Quando Commisso acquistò la Fiorentina nel 2019, portò con sé un’idea chiara: costruire una società moderna, strutturata, con radici italiane e mentalità americana. Per farlo scelse Barone, uomo di fiducia già dentro il suo mondo professionale e sportivo negli Stati Uniti, chiamandolo a gestire la macchina del club giorno per giorno. Fu una scelta di cuore e di affidabilità prima che di curriculum: Barone fu dirigente “sempre presente”, il parafulmine, l’uomo delle telefonate infinite, delle mediazioni, dei muri presi in faccia per proteggere il presidente e la squadra. Il lavoro “sul campo”: club, identità, infrastrutture Il rapporto tra i due si è visto soprattutto nei momenti in cui la Fiorentina ha provato a cambiare pelle.
Barone è stato associato a molti dei dossier strutturali più identitari dell’era Commisso: dalla crescita organizzativa alle battaglie sul tema stadio, fino al simbolo più concreto dell’ambizione viola, il Viola Park, il centro sportivo diventato casa della Fiorentina e orgoglio della proprietà. In quella coppia c’era una divisione quasi naturale: Commisso “visione e impulso”, Barone “esecuzione e presenza”. La gestione quotidiana era nelle mani del direttore generale, con un raggio d’azione che andava dal settore giovanile al mercato e ai rapporti istituzionali.
La ferita del 2024: «Joe non morirà mai»
Il punto di non ritorno emotivo è datato marzo 2024. Barone ebbe un malore improvviso mentre era con la squadra, alla vigilia di Atalanta-Fiorentina: la partita venne rinviata, Firenze rimase sospesa nell’ansia e poi arrivò la notizia della morte, avvenuta due giorni dopo al San Raffaele di Milano. Commisso volò dagli Stati Uniti per l’ultimo saluto: al Viola Park - proprio nel luogo che Barone aveva contribuito a far nascere - il presidente lo definì pubblicamente amico, collaboratore, parte eterna della Fiorentina, promettendo che il suo nome sarebbe rimasto dentro la storia del club, a sancire un legame che andava oltre il lavoro.
Oggi: un’assenza che richiama l’altra
La scomparsa di Commisso riapre inevitabilmente quella ferita. Perché la Fiorentina di questi anni - con le sue contraddizioni, le sue promesse, le sue battaglie - è stata anche la Fiorentina di un duo inseparabile: il presidente che parlava di “famiglia” e il direttore generale che quella famiglia la teneva in piedi ogni giorno. Oggi, Firenze saluta il suo presidente e, insieme, torna a pronunciare un nome che non se n’era mai davvero andato: Joe Barone. Due destini incrociati nella stessa proprietà, due italiani d’America che hanno provato a lasciare un segno in viola. E se il calcio è fatto di risultati, la memoria - quella sì - è fatta di relazioni: di fiducia, di lealtà, di amicizie che diventano missione.
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