Deriso in Francia, amato al Bayern. Presto Franck sarà stella di Firenze
Su La Gazzetta Paolo Condò fa un bel ritratto della storia del campione francese, snobbato in patria e portato in gloria dal Bayern Monaco.
Paolo Condò, su La Gazzetta dello Sport, fa un bel ritratto di Franck Ribery, la stella pronta a conquistare Firenze. Una volta Franck Ribery si inerpicò sul tetto dello spogliatoio, assieme al compagno Daniel Van Buyten, per mettere a segno lo scherzo più pericoloso concepibile al Bayern: fare un gavettone a Oliver Kahn.
Mark Van Bommel, uno che ai tempi dello scherzo (2008) era fra i boss dello spogliatoio bavarese, conosceva l’opinione che l’austero portiere aveva dei vari compagni. Forse è per questo che Van Bommel non solo autorizzò lo scherzo, ma vi partecipò facendo da palo.
Kahn venne inondato da una specie di tsunami e i presenti trattennero il fiato in attesa della sua esplosione. Che non venne. Il portiere alzò lo sguardo, incrociò la smorfia di esultanza di Ribery, poi scosse la testa e andò a cambiarsi gli abiti zuppi.
Probabilmente in quel lungo attimo aveva valutato l’opportunità di uccidere Franck, decidendo di soprassedere perché per quel ragazzo francese - aveva 25 anni - nutriva grande rispetto. Così grande da consentirgli libertà impensabili per gli altri.
DALLA GERMANIA. Ribery è arrivato alla Fiorentina dalla Germania, non dalla Francia, e questo è il primo particolare da annotare per un corretto approccio al campione. Quando si è congedato dal Bayern, lo stesso giorno di Robben e Rafinha, gli hanno organizzato una festa da brividi.
Uli Hoeness è scoppiato più volte a piangere, raccontando di come Franck sia quasi un figlio per lui, un ospite fisso della sua casa di Tegernsee nella quale il numero 7 si rifugiava quando qualcosa non gli andava. Kalle Rummenigge ripensava al «pranzo dell’addio» della primavera 2010, quando Franck e la moglie Wahiba gli dissero all’antipasto che avevano deciso di accettare una maxi-offerta del Real, e al dolce lui guardò lei sussurrandole «non me la sento più di lasciare il Bayern», e Wahiba di rimando «non devi dire altro».
Tre anni dopo un geniale assist di tacco di Ribery lancia Robben verso il gol del 2-1 al Borussia Dortmund. È il minuto 89 della finale tutta tedesca di Champions, il punto più alto della «Robbery», la splendida crasi tra i due esterni «a piede invertito» che hanno fatto la fortuna del Bayern moderno.
I Ribery hanno lasciato la Baviera assicurando il loro ritorno a fine carriera. La Francia non è stata nemmeno nominata. NIENTE BIRRA. Succede perché Monaco l’ha sempre rispettato. Ogni anno la birra Paulaner realizza con i giocatori del Bayern degli spot durante l’OktoberFest: tutti allegri in abiti bavaresi e col boccale di birra in mano tranne Franck, che indossa i Lederhosen (i pantaloni corti di cuoio con le bretelle) e dà l’impressione di divertirsi, ma in mano non ha mai niente.
Lui partecipa entusiasta al rito della Baviera, che a sua volta rispetta la rinuncia all’alcol della religione musulmana. Ribery in Francia non è stato trattato così a partire dal 2010, quando venne individuato come uno dei responsabili dell’ammutinamento contro Domenech che rese rovinoso il Mondiale sudafricano.
FRANCIA. Dopo le prime due partite, uno 0-0 contro l’Uruguay in dieci e una secca sconfitta (2-0) dal Messico, un Ribery affranto si collega in tv per spiegare i mali della squadra. Lo fa dal ritiro, ai piedi porta un paio di flip-flops (le hawaiane) ma indossa anche i calzini.
Apriti cielo. Mezza Francia non lo sta nemmeno a sentire, ride di quello che considera un pessimo gusto e salda il conto alla bella favola della nazionale «Black Blanc Beur» che in totale armonia multietnica aveva vinto nel ‘98.
Dodici anni dopo l’armonia è esplosa con la rivolta delle banlieue e Ribery, cresciuto in un quartiere depresso di Boulogne-sur-mer, rappresenta loro, non certo la Parigi sofisticata che vorrebbe opporgli il raffinato Gourcuff.
L’episodio del calzini descrive la sopravvenuta incomunicabilità: Ribery non è più il ragazzo che, sotto l’ala protettiva di Zidane ed Henry, si fa strada al Mondiale 2006, e quando segna il bel gol in contropiede alla Spagna si porta dietro un Paese impazzito.
Ora è il simbolo di un’integrazione difficile, e come tale viene rimosso. In pochi si disperano quando, mancato per i dolori alla schiena il Mondiale 2014, Franck annuncia l’addio alla nazionale. NATO PER CORRERE. «Al Bayern mi hanno accettato per quello che sono, senza chiedermi di cambiare e senza ipocrisie»: Firenze farà lo stesso.
Ribery sa cosa può aggiungere alla Viola, in 12 stagioni di Bayern ha firmato 124 gol e 182 assist. È un giocatore che pensa a dare prima che a ricevere. Come a Francoforte, dopo il magistrale quarto nel quale la Francia eliminò il Brasile del quadrato magico (Ronaldinho-Kakà-Ronaldo-Adriano): nel finale il saggio Zidane lo invitava a ridurre gli scatti, ormai la gara era vinta.
In zona mista Franck si scusò col grande leader: «Aveva ragione, ma io continuavo a correre. Non ce la faccio a smettere, se non esco dal campo stremato non sono in pace con la mia coscienza. Correre è il mio modo di provocare le cose».
E ne ha fatta di strada.



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