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CorSport - Paratici, l'Icaro del pallone. Ora non è più nell'élite del calcio italiano

Talento, colpi, intuizioni. Torna alla Juve dove ha segnato un'era, fino alla squalifica per il caso plusvalenze. Il Milan lo ha trattato da reietto

L’Italia ha una inclinazione naturale a divorare i figli migliori, quelli più capaci. Soprattutto nel calcio dove il tiro incrociato della faziosità impedisce di riconoscere il talento altrui. E Fabio Paratici di talento ne ha tanto, scrive Il Corriere dello Sport. 

ICARO DEL PALLONE. Il pallone è un business strano: si impara ma fino a un certo punto. Devi avere timing nelle trattative, la giusta improntitudine. E soprattutto occhio. E naso. Quelli che gli consentirono di portare alla Juventus Barzagli per 300mila euro. E un finale triste, con una lunga coda giudiziaria. La squalifica per le stranote plusvalenze. I suoi errori, anche se lui ha sempre dichiarato di sentirsi innocente. Di certo ci fu accanimento. Quante pagine di giornale sul libro nero di Paratici che in realtà era un foglio A4. Nove scudetti di fila. Un dominio assoluto. Due finali di Champions. E il folle sogno di alzarla, quella maledetta coppa. Paratici divenne l’Icaro del pallone: si bruciò perché osò volare troppo in alto. Nella vita bisogna osare. E lui lo fece, con la pazza idea di portare a Torino Cristiano Ronaldo. E da lì in poi, fondamentalmente, cominciarono le sconfitte di quel gruppo dirigente. Ma non si può non riconoscere che fu l’ultima volta che il calcio italiano assestò un colpo da grande club.

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LA SEPARAZIONE. Fu anche il momento della separazione da Marotta, l’uomo con cui Fabio era cresciuto calcisticamente alla Sampdoria. Da lì in poi, probabilmente, perse un po’ il controllo. Succede quando acceleri e devi tenere troppo alta la velocità di crociera. L’uomo che aveva portato a casa Pirlo, Vidal, Tevez, Dybala, si fece prendere la mano. Spese una tombola (85 milioni di euro) per De Ligt, il difensore olandese che l’anno prima con l’Ajax aveva mandato a casa i bianconeri. Fu il momento in cui Paratici decise che la sua Juve ci avrebbe riprovato con un altro calcio. Il football contemporaneo. Andò a prendere Sarri, l’uomo che in quegli anni più li aveva messi in difficoltà. Ma andò male anche con lui. Persino peggio che con Allegri, anche se il Comandante vinse l’ultimo scudetto di quel ciclo. 

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FINO A FIRENZE. Il declino era cominciato. Il fiuto, almeno quello, è rimasto anche nei momenti peggiori. Ad andare oggi a rileggere quel foglio A4 lasciato in un ristorante (il pizzino, così venne definito), c’erano Chiesa 50 milioni, Zaniolo 40, Romero e Tonali 20. È andato al Tottenham. Ha conosciuto l’infamia della squalifica, il trattamento da reietto col Milan che d’improvviso – dopo aver firmato – non lo ha più voluto. Comunque la si pensi, ha pagato. Ed è ripartito da Firenze che, senza offesa, non possiamo definire l’élite del calcio italiano, aggiunge il CorSport. E ora, come spesso accade da noi, non si sa bene come comportarsi con i fuoriclasse finiti un po’ fuori dal giro.

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