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CorFio – Dal sogno Coppa Italia all'incubo B. Di nuovo a Cremona, 3 anni dopo: tutto è cambiato

Una squadra sulla carta più forte, oggi, ma quanta differenza faceva l'allenatore. Una ripida discesa nel giro di 3 anni

Da Cremona a Cremona, quasi tre anni dopo, senza riuscire a capire come sia stato possibile per la Fiorentina precipitare nell’inferno della zona retrocessione, spendendo (malissimo) tanti soldi e con una squadra nettamente più forte, purtroppo solo sulla carta, di quella che nella primavera del 2023 ipotecò in Lombardia la finale di Coppa Italia. Così scrive il Corriere Fiorentino.

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DIFESA. Era il 5 aprile e la squadra di Italiano viaggiava a pieni giri, pur avendo un organico non confrontabile (teoricamente) con l’attuale. Di quella formazione iniziale sono rimasti in rosa solo due, Dodò e Mandragora. Il portiere era Terracciano e ogni paragone con De Gea (nonostante il periodo complicato) non è proprio possibile. La difesa non schierava a Cremona neanche il suo uomo più forte, Milenkovic, ma due centrali come Martinez Quarta e Igor, molto poco rimpianti per certe distrazioni che spesso sono costate reti pesanti. Ricordando anche le valutazioni di mercato nell’estate scorsa di Pongracic-Comuzzo (oltre 40 milioni). A sinistra c'era il contestatissimo Biraghi, oggi Gosens o Parisi.

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CENTROCAMPO E ATTACCO. In mezzo insieme a Mandragora c'era Amrabat, che oggi farebbe senz'altro comodo e sarebbe largamente preferibile ai vari Brescianini o Ndour. Quella Fiorentina si schierava con il 4-2-3-1 e quindi Fagioli avrebbe trovato posto dietro l’unica punta. Allora in quel ruolo c'era Barak, a cui avrebbe quasi certamente rubato il posto, mentre il dibattito è aperto sulla fascia destra: Ikoné, molta croce e poca delizia del popolo viola, o il volonteroso Harrison, certamente più combattivo, ma molto meno dotato tecnicamente? Di là Gonzalez vince a mani basse il duello con l’emaciato Gudmundsson fiorentino: le giocate dell’argentino, peraltro spesso infortunato proprio come l’islandese, ancora si ricordano, quelle di chi oggi indossa con scarsa personalità la maglia numero 10 sfumano solo nei calci di rigore. Davanti c'era il simpatico Cabral, pagato poco più della metà di Piccoli, cioè più o meno quanto Kean, con cui il paragone proprio non regge. Comunque fu proprio Cabral a sbloccare di testa la semifinale di Cremona, poi arrivò il rigore di Gonzalez a chiudere la partita. Ma viene il sospetto che forse la scelta dell’allenatore (o degli allenatori) conti molto di più di quanto si voglia far credere…

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