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Baggio: «Per mesi non incassai gli assegni della Fiorentina. Mai voluto la cessione alla Juve»

Le parole del Divin Codino, da Pasadena a Firenze, fino al passaggio alla Juventus

Lunga intervista sulle pagine del Corriere della Sera per Roberto Baggio. Il Divin Codino ripercorre varie tappe della sua vita, a partire da quel rigore a Pasadena nel '94: «Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Non avevo mai calciato un rigore sopra la traversa. Una volta l’avevo colpita nel Vicenza, ma poi la palla era entrata. Volevo sparire. Provavo una vergogna infinita, una di quelle cose che ti restano addosso anche quando passano gli anni. Col tempo impari a conviverci, ma non è una ferita che si chiude del tutto».

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Davvero, Roberto Baggio? «Nemmeno oggi riesco a perdonarmi completamente. So che può sembrare strano, perché il calcio è fatto anche di errori, ma quel momento ha pesato tanto dentro di me. Il mio capo chino è diventato l’immagine a cui molti associano quella finale mondiale. Però per me non era un gesto costruito, era semplicemente quello che sentivo. Un modo silenzioso, forse inconsapevole di chiedere scusa all’Italia e a tutte le persone che avevano sperato con noi. Da bambino sognavo di giocare la finale dei Mondiali con il Brasile. Era un sogno antico. Ancora oggi quando ci ripenso faccio fatica a spiegarmi cosa sia successo».

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Crede in Dio? «Credo negli esseri umani. Credo nella forza che ognuno di noi porta dentro, anche quando non la vede, anche quando pensa di non averne più. Non penso tanto a un Dio esterno che decide per noi, quanto a una forza interiore che va cercata, coltivata, rispettata. Dentro ciascuno c’è una possibilità enorme: quella di trasformarsi, di rialzarsi, di raggiungere obiettivi che sembravano impossibili. Però bisogna lavorarci, con umiltà, ogni giorno».

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Le sue vite precedenti come sono state? «Non posso avere certezze, naturalmente. Però dentro di me ho sempre sentito che forse, in una vita precedente, non mi sono comportato bene. Lo dico con molta semplicità, senza voler insegnare nulla a nessuno. In questa vita ho dovuto affrontare tante ostilità, tanto dolore fisico, tante difficoltà. A volte ho avuto la sensazione di essere arrivato qui con un karma pesante, qualcosa da trasformare, da alleggerire attraverso l’impegno e la sofferenza. Forse sto scontando qualcosa, forse sto imparando qualcosa. In ogni caso, cerco di non sprecare quello che il dolore mi ha insegnato».

Scontando qualcosa? Lei è da quarant’anni una delle persone più amate d’Italia, ha avuto successo. «L’amore della gente mi fa un piacere enorme e mi commuove, perché non è mai una cosa scontata. Quando qualcuno mi ferma ancora oggi, quando mi dice una parola buona, io sento gratitudine. Il successo, però, secondo me va maneggiato con delicatezza. Bisogna rimanere umili, lavorare sodo, tenere i piedi per terra. Io ho cercato di farlo sempre, con passione e con rispetto. Forse l’affetto che ho ricevuto nasce anche da questo. Però, nel profondo, sento anche che le sofferenze fisiche e mentali che ho attraversato appartengono al karma che mi porto dietro. L’amore ricevuto non cancella il dolore, ma lo illumina».

E nella prossima sarà migliore? «Sto ponendo le basi per ripulire il mio karma e per arrivare ad una prossima vita portandomi dietro più fortuna di quella che sto vivendo oggi giorno. Quello che mi ha insegnato il buddismo è diventare una persona migliore. Non posso dire quanto migliore sarà la mia prossima vita, ma di sicuro mi sono impegnato per arrivare più preparato. Ma spero anche di diventare una persona migliore in questa vita. Il buddhismo mi ha insegnato che la trasformazione non è una parola astratta: è un lavoro quotidiano. Non so quanto io sia riuscito a migliorare, questo non spetta a me dirlo, però so che mi sono impegnato».

L’aldilà quindi non esiste? «Credo che di noi rimanga quello che abbiamo costruito dentro: il cuore, l’anima, le intenzioni, le azioni. Il buddhismo lo chiama karma. È qualcosa che ci accompagna, che determina ciò che siamo e forse anche ciò che saremo, dove andremo, come continueremo il nostro cammino. Non immagino l’aldilà come un luogo preciso, ma sento che nulla di ciò che facciamo va perduto. Ogni gesto lascia una traccia».

Sarebbe diventato Baggio senza il Buddhismo? «Il Buddhismo è stato sicuramente il mio rifugio, mi ha formato come persona portandomi a lavorare su aspetti del mio carattere a cui prima non facevo caso. Mi ha dato la forza quando ne ho avuto più bisogno e il coraggio di non mollare mai».

Le sue ginocchia sono piene di cicatrici. (Baggio alza il pantalone) «Sono i segni lasciati dai tanti infortuni che hanno costellato la mia carriera. La prima volta che mi ruppi il ginocchio ero solo un ragazzino e non c’erano le tecniche chirurgiche che ci sono oggi giorno».

Così andò in Francia, a Saint-Étienne, da Bousquet. «Il primo in Europa a operare con materiali organici. Mi asportarono tessuto dal muscolo, il vasto mediale, per ricostruire il crociato, che non c’era più. La gamba doveva essere aperta come un libro, per essere operata a vista. Andammo a Saint-Étienne sulla vecchia Ford di famiglia. Dodici ore di viaggio nel silenzio: era il terrore che non sarei più tornato a giocare».

E dopo l’intervento? «Quando mi svegliai dall’anestesia urlavo per la sofferenza. Non potevo prendere antidolorifici, sono sempre stato allergico. Dissi a mia madre: “Se mi vuoi bene, uccidimi”. Non riuscivo più a correre, ad allenarmi come prima. Per mesi non incassai gli assegni dello stipendio della Fiorentina».

Perché? «Perché mi vergognavo. Non riuscivo ad accettare l’idea di guadagnare senza poter lavorare, senza poter dare qualcosa in cambio. Così mettevo gli assegni nel cassetto. Mi tornava in mente mio padre, la sua faccia, la sua voce quando diceva che i soldi non meritati portano sfortuna. Per me il lavoro è sempre stato legato alla dignità. Anche se ero ferito, anche se non dipendeva da me, sentivo comunque quel peso».

Estate 1990: il passaggio dalla Fiorentina alla Juventus. Un trauma. «Firenze si ribellò. Al ritiro azzurro di Coverciano arrivai nascosto nella volante della polizia, per non farmi riconoscere dai tifosi viola ai cancelli. Piangevo come un bambino. Si sentivano passare le ambulanze dirette verso la sede della Fiorentina, dove gli scontri durarono tre giorni. Sentivo un dolore lancinante per tutta quella rabbia e quella sofferenza. Non avevo mai voluto la cessione, ma mi sentivo colpevole».

Quando tornò a Firenze con la Juve, mentre tornava negli spogliatoi i tifosi le lanciarono una sciarpa viola. «E io la raccolsi da terra. Era un gesto di rispetto, di amore verso quella squadra che aveva creduto in me nonostante tutti gli infortuni».

Non tirò il rigore contro la Fiorentina. «Tirò De Agostini, che era il rigorista prima del mio arrivo».

Lei è l’unico italiano ad aver segnato in tre Mondiali. E adesso siamo rimasti fuori da tre Mondiali di fila. Perché? E come se ne esce? «Ci sono tante cose da sistemare. I bambini non giocano più per strada. E in serie A ci sono pochi italiani. Se devi andare a prendere un giocatore altrove e naturalizzarlo, vuol dire che in quel momento non hai trovato un italiano pronto allo stesso livello. Bisogna creare una formula che incentivi davvero l’utilizzo dei ragazzi italiani. Il talento c’è ancora, ma va cercato, protetto, valorizzato. E bisogna avere il coraggio di dargli fiducia».

Il suo dossier di 900 pagine sulla riforma del calcio che fine ha fatto? «Non ho la presunzione di pensare che quel progetto andasse bene e bastasse a risolvere i problemi del calcio italiano. Non era solo mio, era scritto con altri bravissimi professionisti. Ho cercato di portarlo avanti, per dare i meriti a tutti loro. Poi le cose non sempre vanno come si spera».


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