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Arroganza, mediatori e frasi fatte: un fallimento che nessuno ha evitato

Con la logica delle plusvalenze prioritarie e con un allenatore demotivato difficilmente si ottengono grandi risultati. Più facile scoprirsi fragili e incapaci di qualsiasi reazione: lo spirito della squadra sarà quello di chi aspetta solo la fine della stagione, esattamente come quello del tecnico, che non vede l’ora di cambiare città, e quello della società, che sta lavorando su un materiale umano che in gran parte appartiene a programmi precedenti e che adesso segue un progetto alla meno, quindi senza soldi ma con molte parole, spesso buttate lì a caso in pasto alla propaganda del gergo calcistico, quello scopiazzato dalla politica dei giorni nostri: fuffa.

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Beh, l’ultima notte di coppa ha portato finalmente alla luce la verità di questo progetto senza molto senso, perché qualsiasi manager, anche il più cinico e gelido, avrebbe capito che le premesse di questa stagione non avrebbero portato da nessuna parte.

Diciamo subito che sono tutti responsabili di questo fallimento complessivo: la proprietà, la società, il tecnico e la squadra. Nessuno si salva, a parte qualche giocatore che ci mette sempre l’anima. Pochi, e sono sotto gli occhi di tutti.

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In ogni caso la storia inizia un anno fa, quando, dopo una partenza straordinaria, colpo di coda della Fiorentina di Montella rafforzato dall’esplosione di Nikola Kalinic, Paulo Sousa capisce che non c’è trippa per gatti. Lui si incupisce, Pradè viene fatto fuori perché non piace a Fali Ramadani e quindi a Cognigni, tutto inizia a sgretolarsi per essere messo nelle mani di Corvino, che invece recita abilmente la parte di quello che va d’accordo con tutti.

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Soldi quasi zero, Alonso viene venduto a fine mercato, a Sousa viene detto di stare zitto che è meglio.

Lui e Diego sono due ego forti e testardi. Il portoghese sa di aver già finito la sua storia perché la squadra non è all’altezza della sua ambizione (e presunzione), e fa fuoriuscire notizie sulla cena coi dirigenti dello Zenit.

Prandelli lo hanno cacciato per una telefonata con Bettega, magari con una cena si chiude il discorso. No, non basta una cena e non bastano le battute sul mercato come aveva fatto Montella, Paulo Sousa chiude con la proprietà e obbedisce a Cognigni, le battute arriveranno sul campo: scelte discutibili, iniziando dal recupero a Genova, quando la posizione di Milic non è stata capita nè dalla squadra, nè dallo stesso Milic, nè dai suoi dirigenti.

Messaggi, provocazioni. E avanti così: giocatori umiliati e fuori ruolo. Il rapporto è rotto, Borja Valero ha capito che se la Roma fosse andata in Champions sarebbe stato venduto, Gonzalo non accetta un contratto alla meno, Badelj neanche discute.

La gestione della fine del ciclo è demenziale.

L’arroganza ha il sopravvento. E l’arroganza e la presunzione sono malattie che generano disastri. Nel frattempo Ramadani, adorato perché porta sempre soldi in cassa, fa il mediatore con i cinesi, ma Kalinic dice no. La Fiorentina ufficialmente non ne sa niente.

Una domanda: come fa a funzionare una squadra piena di giocatori che sanno di essere un peso (Corvino ha il compito di abbassare il monte ingaggi), con un allenatore che non ci crede neanche un po’, i dirigenti che ripetono frasi fatte come un mantra?

Il vero mistero non è il fallimento, è come nessuno abbia fatto nulla per evitare che finisse così. E sarebbe bastato poco. Solo un po’ di coraggio.

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