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Addio sogni di Europa, a Roma un disastro collettivo senza attenuanti

Ancora una volta l'Olimpico, ancora una volta la Roma, ancora una volta un poker. Quasi dodici mesi dopo, stesse situazioni, stesse sensazioni. Ma se il 4-1 dello scorso anno significava addio ai sogni Champions, il clamoroso tracollo di questo inizio Febbraio sancisce la fine, o comunque la riduzione a una fiammella della strada che portava all'Europa League.

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Come in una favola che raccontiamo ai bambini, quella della rana che scoppia per assomigliare al bue.

Come Icaro che ogni volta che prova a avvicinarsi al sole vede le sue ali di cera bruciate, così la Fiorentina ogni volta che è chiamata a fare un salto in avanti torna indietro. Puntualmente, ciclicamente. Ridimensionata in tutti gli aspetti: tecnici, tattici, ma soprattutto motivazionali e psicologici.

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La sconfitta di Roma rappresenta l'ennesima conferma di un "Vorrei ma non ce la faccio" che troppo spesso abbiamo rivisto, troppo spesso abbiamo apprezzato, in negativo nei momenti decisivi, nei passaggi chiave di una stagione.

Certo, la Roma è una squadra costruita per traguardi superiori a quelli della Fiorentina, con una rosa sicuramente diversa per mentalità e attitudine, ma tutto questo non può essere un alibi a una serata storta, stortissima.

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Una serata iniziata, paradossalmente, bene, con quindici-venti minuti di buona copertura, di intensità, anche di situazioni offensive interessanti.

Poi piano piano la luce si è spenta(frase non usata a caso ma in relazione a un tema che ancora per qualcuno resta più lacerante di una ferita) ed è calato il buio. Segnali di sbandamento nel primo tempo, confusione totale nel secondo, totalmente alla deriva degli attacchi giallorossi.

Inermi, come un pugile al tappeto e incapace di reagire.

Malissimo la difesa, o come dicono quelli più informati, la fase difensiva. Un mix di errori individuali(Sanchez sul primo gol e Gonzalo sul secondo) e di errori di reparto che ancora una volta evidenziano una carenza.

Una carenza che  a Gennaio non è stata ricoperta, con la convinzione che il materiale a disposizione fosse più che sufficiente.

Male Babacar, chiamato a dimostrare il proprio valore in un palcoscenico importante ma ancora una volta in colpevole ritardo al momento decisivo, sebbene per Sousa abbia giocato una delle migliori partite della sua gestione.

In ombra anche Federico Chiesa, ma risulta impensabile pensare che un ragazzo di 19 anni possa reggere da solo la baracca o il peso di una squadra.

Si salva solo Tatarusanu, capace di limitare il passivo con alcuni pregevoli interventi e fotografia di una serata vissuta in trincea.

Adesso toccherà a Paulo Sousa ricomporre i pezzi, salvare il salvabile e ritrovare una dignità necessaria per portare a termine nel miglior modo possibile una stagione iniziata con troppi nodi scoperti e che adesso stanno venendo tutti al pettine.

Una dignità che la piazza, i tifosi, a partire dai 100 di Roma meritano.

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