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Viola a metà: ecco un altro pareggio inutile

Un punto che sostanzialmente non serve a nulla anche perché accompagnato da una prestazione affatto convincente

Un tempo, ed un punto, non bastano per rilanciare le proprie ambizioni. E se è vero che la classifica ancora non condanna la Fiorentina a doversi arrendere, di certo la rincorsa all’Europa attraverso il campionato si fa dura.

Parecchio dura. Perché le giornate passano, i punti a disposizione diminuiscono, e i viola restano sempre e comunque vittime dei propri limiti e di un modo di approcciare le partite che non pare quello di chi ha dentro fame e voglia di crederci.

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Scrive il Corriere Fiorentino. Eppure Italiano, consapevole di come quella di ieri fosse una gara fondamentale per accorciare sulla concorrenza, non aveva esagerato col turnover. Certo, qualche pensiero al Viktoria Plzen era inevitabile.

E così ecco la panchina di Milenkovic e Biraghi, quella di Mandragora e, soprattutto, quella di Nico. Una panchina prevedibile considerate le sue ultime uscite e più che altro la necessità di averlo tirato a lucido giovedì. Un discorso buono anche per Belotti anche se l’assenza di Nzola, unita alla voglia di farlo sbloccare, hanno spinto il mister a confermarlo per l’ennesima volta.

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Rispetto alla gara di Plzen insomma, erano sei i cambi. Dall’altra parte Gilardino (grande ex e super chiacchierato in vista della prossima stagione) in partenza ha dovuto rinunciare a Retegui scegliendo quindi Ekuban come partner di Gudmundsson.

Erano loro, immaginando una gara con i viola all’attacco e i rossoblu raccolti e pronti a ripartire, gli uomini teoricamente più pericolosi. In realtà, almeno inizialmente, il copione è stato leggermente diverso. Il Genoa infatti ha aggredito con molto più coraggio di quanto ci si potesse aspettare lasciando si l’onere di far la gara alla Fiorentina ma tenendo il baricentro comunque alto e non a caso, i primi rischi, li ha corsi Terracciano.

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Talmente anomalo l’avvio, che la prima opportunità (con Beltran) i viola l’hanno costruita in contropiede. Un lampo, così come il gol annullato a Belotti per un fuorigioco millimetrico dopo un’altra invenzione dell’ex River, in mezzo a tante (troppe) occasioni rossoblu.

Un primo tempo difficile, abbastanza in linea con quanto si era visto nei primi 45’ di Torino e per tutta la partita di coppa

Il gol di Gudmundsson insomma, su un calcio di rigore al solito regalato dai difensori viola (stavolta Quarta e Parisi) è stato sostanzialmente la conseguenza di quello che si stava vedendo sul campo. Una Fiorentina lenta, spesso banale, e con gli attaccanti esterni incapaci di creare il minimo pericolo.

Non a caso, pronti via, nella ripresa Italiano ha tolto Duncan e si è giocato la carta Arthur. Un modo per cercare più qualità nel giro palla e per togliere riferimenti al Genoa, riproponendo quel 4-3-3 travestito da 4-1-4-1 che tanto bene aveva fatto, per esempio, contro la Lazio.

Una mossa che ha acceso i viola anche se, come ripete sempre il mister, è stata una giocata individuale (l’assist al bacio di Bonaventura per la testata di Ikonè) a dare la svolta. Poi gli altri cambi (un po’ per riequilibrare la squadra e un po’ per gestire le forze in vista della Conference), il secondo rigore prima concesso poi tolto ai rossoblu, la pressione (vana) alla ricerca del 2-1.

Soprattutto, il rimpianto per aver regalato ancora una volta un tempo e un gol agli avversari. Un peccato grave, che la Fiorentina sta pagando a carissimo prezzo.

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