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Rossi: "4-2 alla Juve, mi vengono ancora i brividi. Ho visto gente piangere"

Pepito ripercorre la sua carriera e torna su quell'annata in viola: "Avevamo grandi giocatori, non parlavamo di Scudetto ma potevamo dire la nostra senza infortuni"

Ripercorre la propria carriera, Giuseppe Rossi, oggi al Real Salt Lake, a Cronachedispogliatoio.it, partendo dal Manchester United: «Non pensavo al posto in cui sarei andato, bensì al prestigio di essere allenato da Ferguson.

Di giocare con calciatori come Ronaldo, Giggs, van Nistelrooy. Pensavo a quanto sarei potuto crescere come calciatore in una squadra che ha sempre dato tanto valore ai giovani: il Manchester United li inserisce al momento giusto.

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Il primo giorno andai da Ferguson per firmare il contratto. Me lo trovai davanti e rimasi a bocca aperta. Avevo un tale personaggio davanti a me. Appena entrato, la prima persona che incontrai fu Ryan Giggs. Cioè, Ryan Giggs, stiamo parlando di un calciatore che amava anche mio padre.

Fu uno schock vederlo alla reception che ci salutava». VILLARREAL. «Il passaggio al Villarreal è stato molto importante per me, Pellegrini mi ha dato fiducia fin dal primo momento. Era quello che volevo, cercavo una piazza con questa opportunità.

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Siamo arrivati secondi alla prima stagione, è stata la tappa più importante della mia carriera. Avevamo uno squadrone, vi giuro: giocatori di grande livello, potevamo vincere una Copa del Rey. Di campionato non se ne poteva parlare, ma avere più fortuna nei sorteggi e nelle partite sì: una volta il Barcellona schierò alcune seconde linee e non riuscimmo ad approfittarne.

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Real Madrid e Barcellona erano intoccabili. Il nostro calcio era il migliore in Europa dopo il Barcellona. Se andate a vedere come giocavamo, eravamo spettacolari. Noi li temevamo, ma non avevamo niente da perdere e loro avevano più paura di noi.

Sapevano che avevamo una squadra con calciatori molto bravi, di livello tecnico impressionante, era sempre una partita difficile per loro. Ricordo che andavamo sempre in vantaggio, li mettevamo sotto, ma la mentalità vincente di una rosa di grandi campioni esce sempre quando si sentono sulla difensiva.

Tiravano sempre fuori qualcosa per batterci». BARCELLONA. «L’ultima con il Villarreal fu una stagione straordinaria: dopo Messi e Ronaldo, in Spagna c’ero io. Mi chiamò il Barcellona, era già tutto fatto: il contratto era stabilito.

Mancava soltanto l’accordo tra le società sul pagamento: il Villarreal voleva una parte fissa maggiore rispetto al bonus, il Barcellona al contrario. Appena il Barcellona lo seppe, cambiò obiettivi e non andai lì. Non avevo parlato con nessuno di loro, neanche con Piqué: in quel periodo non sentii nessuno a livello personale tra i giocatori.

Quando ti arriva un’offerta del genere non ci pensi due volte: era in quel momento la squadra probabilmente più forte del calcio. Davvero un peccato, ma non ho nessun rimpianto. Il Villarreal mi aveva capito e io avevo fatto di tutto.

Quando arrivò Conte alla Juventus ero vicinissimo, la trattativa ci fu. Avevamo venduto Santi Cazorla e la dirigenza mi disse: ‘Giuseppe, abbiamo già ceduto lui e non possiamo lasciar andare via anche te’». FIORENTINA. «Avevamo grandi giocatori: Mario (Gomez, ndr), Pizarro, Borja, Gonzalo, Cuadrado, Savic, Joaquin, Aquilani.

Dovevamo dimostrarlo in campo: a dicembre eravamo secondi, eravamo lì. Tra di noi non parlavamo di Scudetto, ma se fossimo stati tutti sani, se io non mi fossi infortunato e Mario fosse tornato dall’infortunio, potevamo dire la nostra durante quel campionato.

Purtroppo è arrivato ciò che è arrivato, spezzandoci le gambe. Siamo arrivati quarti, al giorno d’oggi sarebbe stata Champions League». 4-2 ALLA JUVE. «La sensazione di quella partita non posso dimenticarla. Prima della partita tutti parlavamo della rivalità con la Juventus: la percepivo, ma non la comprendevo.

Durante il viaggio dall’albergo allo stadio capii però subito cosa significasse: mi lessi la storia, le motivazioni alla base di quella rivalità. In quel viaggio mi sono detto: ‘Questa partita qui è veramente una delle più importanti dell’anno’.

In quel primo tempo partimmo con il piede sbagliato, quando fai qualche errore contro una squadra del genere li paghi. Montella ci disse due parole all’intervallo, davvero due. Metabolizzammo che dovevamo sputare sangue. Uscimmo dagli spogliatoi con la voglia di cercare il primo gol: rigore.

Da lì, ti dico la verità, non ricordo niente. Ero in un momento di estasi. Dopo il mio secondo arrivò il terzo, di Joaquin. Non avevo più energie, poi trovammo il quarto. Tutto così veloce, tutto in un momento. Mi vengono i brividi quando riguardo i video».

DA LACRIME. «Quando sono uscito dallo spogliatoio per tornare a casa, alcuni dirigenti mi hanno detto: ‘Giuse, affacciati’. Sono andato alla finestra e c’erano centinaia di tifosi che cantavano: ‘Il Fenomeno’, che era il mio coro.

Bellissimo, stupendo. Ho visto alcuni piangere, ho detto: ‘Cavolo, è veramente sentita’. Da lì capii tutto. Nel pre-partita avevo capito quanto fosse importante, durante la gara avevo percepito la tensione e quanto fosse bella, alla fine con quei momenti avevo capito di aver fatto una cosa storica.

Un’immagine? Non lo so, è dura dirlo. Sono accadute tante cose che è difficile tornare indietro. Quando riguardo i video, non mi focalizzo sui gol: guardo i tifosi, la panchina, a bordocampo e capisco cosa ho dato alle altre persone.

Ancora oggi ricevo messaggi». SALAH E ILICIC. «Con Momo non sono riuscito a giocare, ero infortunato. Ci vedevamo nello spogliatoio, aveva grande rispetto per me. Era un giocatore molto intelligente, capiva certi movimenti ed è stato un peccato non essere scesi in campo insieme.

Lui è uno molto riservato, con la lingua aveva difficoltà e si interfacciava con me e qualcun altro che parlava inglese. Era un ragazzo tranquillo, faceva parlare il campo piuttosto che la bocca. Ilicic non giocava così tanto, subentrò quando mi infortunai.

Ero contento per lui, fece bene e questo gli ha dato fiducia in più per dimostrare chi fosse realmente».

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