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L'allenatore bandiera, più vantaggi che rischi: l'esempio di Beppe Iachini

Sulle pagine de La Gazzetta dello Sport si parla della figura dell'allenatore bandiera. Pirlo è l'esempio della Juventus, ma c'è anche il caso di Beppe Iachini

Non ci sono più le mezze stagioni e i giocatori bandiera sono in via di estinzione. Ecco allora spuntare una nuova figura, sostitutiva: l’allenatore bandiera. Pirlo non è che l’ultimo, per ora, anello di una catena di ex campioni che lega le panchine di alcune delle squadre più forti d’Europa.

Zidane è stato un po’ il capostipite di questa new generation di ex giocatori manager quasi subito pronti all’uso. Più che una moda, una tendenza, seguita da molte big della Premier League: Solskjaer al Manchester United, Lampard al Chelsea, Arteta all’Arsenal.

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Requisiti richiesti: padronanza del gioco, naturalmente, ma anche buon carattere, empatia nei confronti degli ex compagni, profonda conoscenza della psicologia del calciatore, buon feeling con la tifoseria. Astenersi attaccabrighe ed ego smisurati.

Bonus garantito: la piena protezione di una società solida. Altrimenti si finisce come il Milan che, dopo l’era Ancelotti, in pochi anni ha innalzato e subito ammainato almeno cinque bandiere o presunte tali (Leonardo, Seedorf, Inzaghi, Brocchi, Gattuso).

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L’allenatore bandiera ha esperienza limitata, fatta preferibilmente in casa. Zidane prima di prendere le redini del Real Madrid è stato il vice di Ancelotti e ha allenato la squadra B. Solskjaer ha dovuto sgobbare un po’ di più: un anno con Ferguson e le riserve dello United, quattro in Norvegia al Molde e un’esperienza al Cardiff.

Lampard se l’è cavata con una stagione al Derby County nella B inglese e Arteta è andato per tre anni a scuola da Guardiola, prima nello staff, poi da vice. Spesso, l’allenatore bandiera subentra a stagione in corso e non gli viene chiesto di “miracol mostrare” immediatamente, a meno che non si tratti di Real Madrid o Juventus.

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Con Pirlo è stato fatto uno step ulteriore: nessuna esperienza di nessun genere una volta appesi gli scarpini al chiodo, incaricato all’inizio di una stagione praticamente senza pre-season e obbligato a provare a vincere subito campionato, il decimo consecutivo, e Champions.

Agli allenatori bandiera viene in genere concesso anche ciò che ai predecessori veniva contestato. Qualche esempio. Zidane sostituì Benitez, nel mirino del pubblico perché giudicato troppo difensivista: in particolare gli veniva rimproverato l’impiego di Casemiro, considerato un mezzo scarpone.

Benitez a furor di popolo lo accantonò, ma non gli bastò per salvarsi. Appena arrivato, Zidane ripescò Casemiro, lo mise al centro della Casa Blanca e nessuno ebbe più niente da dire. Lampard ha potuto ricostruire il Chelsea puntando su giovani e giovanissimi, pensionando i vari Willian e Pedro e ribaltando dieci anni di gestione Abramovich, basata sulla caccia a campioni maturi.

Altro vantaggio del ricorso all’allenatore bandiera è di carattere economico: agli inizi costa poco, pochissimo rispetto ai big della panchina, eppure viene rispettato da calciatori che guadagnano, tutti o quasi, più di lui, perché considerato uno di loro.

Poi magari diventa Zidane pure in panchina e allora il prezzo sale, soltanto dopo però. Ma soprattutto l’allenatore bandiera costituisce una polizza di assicurazione contro il dissenso. Può lavorare tranquillamente, forte dell’affetto meritato da giocatore.

Succede anche in squadre che non fanno parte della Top Ten europea. Vedete quanto sta accadendo alla Fiorentina. Se non fosse stato l’ispiratore del celebre coro “Picchia per noi Beppe Iachini”, probabilmente la piazza viola non avrebbe accolto la conferma di Iachini con la stessa comprensione.

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