Ilicic shock: "Ho temuto di morire. La tragedia di Davide mi ha fatto soffrire"
Il calciatore dell’Atalanta si racconta dopo aver superato un grave problema di salute, senza dimenticare quanto è successo a Astori
Lunga, bella e toccante intervista sul Corriere dello Sport Stadio all'ex viola Josip Ilicic, che ha raccontato gli ultimi suoi mesi alle prese con un serio infortunio, ricordando soprattutto quanto capitato al suo ex Capitano e amico Davide Astori.
Lo sloveno ricorda i momenti difficili della sua malattia: «La tragedia di Astori mi ha fatto soffrire: avevo paura di addormentarmi e che mi succedesse qualcosa di simile». Ecco alcuni passaggi: Il momento più toccante è stato verso la fine dell’intervista e vale la pena di iniziare da lì per poi riavvolgere il nastro e raccontare il resto.
Nella sala stampa del centro sportivo Bortolotti di Zingonia,Josip Ilicic aveva già parlato dell’infezione batterica ai linfonodi del collo e di quanto la scorsa estate aveva temuto di non poter più giocare a calcio, ma quando il discorso è scivolato sul Bologna, sulla “passione” che Corvino ha per lui e sul desiderio che il ds aveva di strapparlo nel gennaio 2015 alla Fiorentina, il nome di Davide Astori che lo sloveno aveva avuto come compagno in viola ha cambiato il tono della conversazione.
Per qualche secondo lo sguardo di ghiaccio nel numero 72 nerazzurro si è rotto dando la sensazione che gli occhi stessero diventando umidi. «Quello che è successo a Davide mi ha fatto passare dei momenti difficili e ho sofferto per tanti giorni.
È stata una tragedia terribile che non mi permetteva di dormire. E quando sono stato male io, ho avuto paura che mi potesse succedere qualcosa di simile. Pensavo: “E se domani mattina non mi sveglio? Come farò a non vedere più la mia famiglia?”.
C’è stato un periodo in cui avevo paura di andare a letto e addormentarmi. Il calcio non è tutto nella vita, l’ho capito sulla mia pelle». Adesso è una persona diversa? «Diciamo che guardo le cose in maniera diversa, vivo ogni minuto e ogni secondo che ho a disposizione con la mia famiglia.
Per me conta stare con le mie due bimbe, con mia moglie e con mia mamma perché la vita è breve e bisogna godersi le persone alle quali vuoi bene. Faccio il mio lavoro qui al campo, ma poi torno subito a casa e voglio sempre i miei cari accanto a me».
Fisicamente come sta? «Sono molto stanco (sorride perché ha appena finito l’allenamento, ndr). Sto bene, sto bene e questa è la cosa più importante. Mi mancava star bene». Se ora ripensa al periodo della malattia, qual è la prima cosa che le viene in mente?
«Che è stato un episodio molto grave dal quale però sono uscito vincitore. Mi ha permesso di capire che nella vita l’unica cosa che conta è star bene. Raccontare quello che è successo, e che per fortuna adesso è alle spalle, non è facile: è stato qualcosa di brutto per me e la mia famiglia».
Ha pensato anche di lasciare il calcio o ha temuto che non avrebbe più potuto giocare? «Ci sono stati tanti momenti in cui non ce la facevo più perché la malattia non spariva mai. Più passata il tempo e più peggiorava. È stato allora che ho smesso di pensare al mio lavoro e di guardare le partite di calcio in tv.
Avevo un chiodo fisso in testa: salvarmi e stare con la mia famiglia. A un certo punto mi sarebbe bastato anche solo poter tornare a camminare e a correre come una persona normale, non come un giocatore. E invece piano piano ne sono uscito del tutto».
Temeva che sarebbe potuta finire diversamente? «Ci sono state persone che hanno avuto il mio stesso problema e sono finite in coma. A me l’infezione è rimasta circoscritta ai linfonodi del collo, mentre a loro si è diffusa in altre parti del corpo.
Se penso a loro... ». Quando ha capito di essere guarito? «Quando mi è tornata la voglia di riprendere a giocare. Mi sentivo meglio e avevo il desiderio di tornare alla normalità, a correre dietro un pallone. Per anni quella è stata la mia priorità, mentre adesso…».
Quanto giocherà ancora? «Fino a 50 anni o comunque finché ce la farò». Gasperini pochi giorni fa ha detto: «Ilicic è tornato più forte di prima». D’accordo? «Sono più forte di testa e in effetti è lì dentro che è cambiato qualcosa.
Quando nella vita ti accadono cose gravi, inizi a pensare in modo diverso. Prima mi arrabbiavo per stupidaggini, mentre ora ho imparato ad apprezzare le cose belle, a vivere ogni giorno come il migliore della vita». Ha rivisto i medici dell’ospedale che l’hanno curata?
«Sì e li ho ringraziati. C’erano persone in quelle settimane che lavoravano solo per me, che ci tenevano tanto a farmi guarire. È stato bello capire che dottori e infermieri davano più di quello che potevano per risolvere i miei problemi di salute».
Quando ha ripreso ad allenarsi è stata dura? «Molto dura perché non sono ripartito da zero, ma da sotto zero. E per arrivare a zero è stata molto lunga... Per fare certe cose dovevo sforzarmi e il mio corpo doveva riabituarsi a tutto.
È stato un periodo molto lungo, nel quale mi sentivo a pezzi tutti i giorni. E spesso facevo… doppio allenamento perché quando uscivo da qui, a casa avevo due bimbe che mi aspettavano per giocare ancora. Scherzi a parte, tutto questo mi era mancato».
Ora affronterete il Bologna, che avrebbe potuto giocare nel gennaio 2015: Corvino era disposto a fare follie per portarla sotto le due Torri in Serie B, ma lei rifiutò. «Se avesse fatto delle follie non sarei rimasto a Firenze (ride, ndr)… Mi ricordo che al Bologna c’era Delio Rossi e anche lui mi voleva a Bologna.
Alla fine non se ne fece niente. Il mio trasferimento in rossoblù tornò d’attualità anche l’estate successiva, ma a quel punto fu Sousa, che era appena arrivato, a mettere il veto alla mia partenza». Sente più Sousa? «Ci siamo scambiati qualche telefonata e so che è in Cina (al Tianjin Quanjian, ndr).
Se vado lì, magari ci vedremo più spesso».



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