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Il blog di Ludwigzaller: Saltarello

Ludwigzaller ritorna sul famoso episodio del fallo di mano di D'Ambrosio, con una nuova chiave di lettura...

Il ballo caratteristico negli Stati Romani si chiama salterello o saltarello. Di solito si balla in due, al suono della chitarra o del tamburo. E' una scena completa di dichiarazione d'amore. Saltando e girando l'uno intorno all'altro, i ballerini esprimono uno per volta la passione che fingono di avere, il desiderio di piacere, la gioia o il dispiacere, la gelosia e la speranza; infine il ballerino mette un ginocchio per terra per commuovere la sua cara, che si avvicina a lui progressivamente, sempre ballando; quando lei s'inchina con un sorriso, come per chiedere un bacio, l'amante si rialza trionfante e qualche salto vivo e leggero conclude la pantomima”.

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La descrizione del ballo si deve ad Antoine Jean Baptiste Thomas, un giovane incisore francese che nel 1823 descrisse e illustrò in un libro le usanze romane che aveva avuto modo di osservare di persona. (Un an à Rome et dans ses environs, Parigi 1823).

Il sito del Museo di Roma in Trastevere, da cui traggo queste indicazioni, spiega che nel saltarello era importante il movimento delle braccia, “alzate in alto, con le mani sui fianchi, prendendo il grembiule (per la donna) con una mano o agitandolo disteso davanti a sé con le due mani”.

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Il salterello era stato nel medioevo un ballo aristocratico, ma col tempo i nobili l’avevano abbandonato, mentre presso il popolo continuava ad avere un grande successo, specialmente nell’Italia centrale.

Nelle strategie che i difensori adottano per contrastare gli avversari in area c’è, mi pare, una reminescenza degli antichi balli.

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C’è chi tiene le mani incrociate dietro la schiena, chi solleva il braccio in ampi gesti. D’ambrosio sceglie, nel caso dell’azione del rigore contestato, la classica posizione delle mani sui fianchi, che richiama i manici delle anfore e i gesti della danza popolare.

Si tramuta in innocente donzelletta leopardiana. Lo spazio a disposizione per intercettare la palla si amplia in modo evidente, senza che però si possa accusare il giocatore di staccare le braccia dal corpo. La palla viene intercettata sul petto, ma poi si sposta in una zona intermedia e indefinita, e scivola via.

Quel che accade in seguito va analizzato con le tecniche della psicologia di massa. L’allenatore dell’Inter si precipita in sala stampa irato e indignato. Zittisce tutti, placa ogni critica, e sorprendentemente anche coloro che avevano visto il rigore si adeguano.

La parola chiave è “petto” che Spalletti ossessivamente ripete: “petto, petto, petto”. D’Ambrosio però avverte subito di essere in errore e comprende le conseguenze del suo gesto. Il suo primo istinto è di mettere dietro la schiena le braccia che in precedenza erano aperte.

Insomma il rigore c’era, non è una invenzione dell’arbitro e nemmeno del terzo uomo.

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