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Il blog di Ludwigzaller: PHD

Quando facevo il primo anno di Phd (dottorato) c’erano, nel mio campo, una ventina di ricercatori dello stesso livello che componevano una sorta di nazionale under 21. Erano tutti reduci da tesi di laurea di successo (il livello della tesi corrisponde a quello delle giovanili) e avevano, più o meno velocemente, trovato posto nelle scuole di dottorato più prestigiose.

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Alcuni erano giocatori di gran classe, ma poco costanti, altri autentici mediani, senza fantasia ma con grandi capacità di lavoro. C’era chi era entrato subito alla Normale (la Juve) e chi si era accasato in provincia, in sedi periferiche.

Chi non aveva ancora pubblicato niente e chi era riuscito a piazzare un articolo su di una rivista più o meno importante. Gli ambiziosi e i tranquilli, gli esaltati e i semplici.

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Era possibile in quel momento, sulla base di quanto avevano fatto, prevedere la loro carriera successiva?

La risposta non è semplice, perché entrarono subito in gioco molte variabili. Ambientali, ad esempio. Al di là della qualità delle scuole di dottorato, alcuni trovarono maestri che li capivano e valorizzavano, altri ebbero a che fare con direttori di ricerca (allenatori) con i quali non si intendevano.

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Il contesto ambientale giocò un ruolo non da poco.

Bisognava adattarsi a ritmi diversi, e alla vita quasi claustrale di certe istituzioni, non a caso realizzate all’interno di conventi. Le storie d’amore potevano pesare fino a cambiare il corso della vita.

La scelta di un amore felice era decisiva, ma molti altri, tra cui il Vostro qui presente Ludovico Z. , preferivano soffrire e sprofondare nel gorgo come personaggi di Tolstoj. Per non parlare del rapporto con le lingue e le abitudini straniere per chi andava fuori d’Italia.

La ricerca è passione. L’intensa felicità derivante dal lavorare in luoghi meravigliosi, e dal fare quello che si era sempre desiderato, poteva scontrarsi con forze autodistruttive.  A distanza di molti anni da allora, possiamo costatare come alcuni degli outsider abbiano finito per accasarsi in grandi squadre, italiane e straniere, mentre certi potenziali campioni hanno mollato e ora giocano in provincia o si sono ritirati, sperimentando così altri e inaspettati modi di essere felici.

Giocare in Italia ha sempre il suo fascino ed è oggetto d’intenso desiderio, ma l’America o la Svizzera offrono altri ingaggi, e altri benefit. Nelle sedi marginali la carriera è scorsa facilmente e senza scosse fino ai più alti livelli, mentre le grandi istituzioni di ricerca si sono rivelate trappole.

C’è infine chi ha fatto percorso netto, è diventato ordinario e annoiandosi ora a morte, scrive libri di poesia o tenta la strada del blog.

Sono dinamiche che si ripetono in ogni tipo di lavoro che comporti responsabilità e ambizione, calcio compreso.

Ecco perché è così difficile capire se i vari Diakhate, Gori, Cerofolini sfonderanno nel calcio.

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