Il blog di Ludwigzaller: Don Chisciotte
2020Nella Fiorentina di Montella gli echi del Cinquecento imperiale spagnolo non mancavano. A cominciare dall’onomastica. Pizarro portava il nome di uno dei più famosi conquistadores, anche se di fatto, e per paradosso, era un indio.
Borja quello del Papa spagnolo che mise al rogo Girolamo Savonarola. Impero di grande respiro quello spagnolo che si estendeva come si sa dalla Sicilia alle Fiandre, seguendo una linea di comunicazione che passava dal ducato di Milano, oltre a comprendere la penisola iberica e la stessa Germania luterana.
Per non parlare delle colonie americane. Dell’impero faceva parte anche il viceregno di Napoli, che ne era anzi una delle componenti essenziali. E Vincenzo Montella è un napoletano. I galeoni spagnoli incedevano orgogliosi proprio come era un orgoglioso incedere quello della squadra di Montella.
Non era la guerra da corsa, rapida ed essenziale degli elisabettiani e di Francis Drake, si puntava a schiacciare e dominare anche l’avversario più forte.
In mezzo ad orchestrare il gioco c’erano loro, l’indio con nome da conquistador Pizarro ed il donchisciottesco Borja, allucinato e vagamente triste, sottile come un personaggio di El Greco, almeno quanto Pizarro-Sancho Panza era robusto e ben piantato come un contadino.
La sua fisionomia lo avrebbe autorizzato, nel passato, a trascorrere le giornate in preghiera di fronte all’altare della Vergine, o ad approdare nel Giappone buddista dei bonzi, dove avrebbe rischiato di essere messo a morte appeso per i piedi in un buca, o legato ad un palo che il mare sommergeva seguendo l’andamento della maree.
La sua iniziazione non avvenne però nel Collegio romano dei gesuiti ma nella cantera del Real Madrid, dove, come ha raccontato, la selezione e le sofferenze erano altrettanto dure, ed ogni giorno le speranze calcistiche di un ragazzino venivano infrante, allorché gli si intimava di svuotare l’armadietto delle sue cose e tornare a casa.
Lui ce l’aveva fatta, invece, era diventato un ottimo professionista, ma stranamente non amato in patria, dove mai fu presa in considerazione l’ipotesi di farlo giocare in nazionale. Anche dal Real era stato scartato, ma si era rifatto vincendo, al Maiorca, il premio Premio Don Balón come miglior giocatore della Liga.
L’anno dopo la retrocessione imprevista con il Villarreal e l’arrivo in Italia. Per nostra fortuna lo scarta Mazzarri ed il Napoli se ne disinteressa.
Per lui e per Gonzalo, due colonne, la Fiorentina spende un pugno di milioni, gli stessi che il Napoli versa per il modesto Behrami.
Se ne era parlato come di un regista, ma sin dalla prima partita amichevole della Fiorentina di Montella Pizarro si collocò davanti alla difesa e a lui fu affidato il compito di centrocampista a tutto campo. Confesso di non aver mai amato i portatori di palla.
All’incedere palla al piede di Mazzola preferivo l’intelligenza calcistica di Rivera, che apriva il campo con precisi lanci. Ma Borja portava palla splendidamente, unendo a quello che Brera definisce eretismo podistico una classe indiscussa.
Congegno essenziale della complessa macchina di Montella fu protagonista delle imprese e del bel gioco di quegli anni.
Inevitabile che diventasse un idolo, anche per il suo modo semplice ed intelligente di vivere il contesto fiorentino e toscano.
Memorabili le sue combinazioni con Giuseppe Rossi che liberavano al tiro l’uno o l’altro. Questo gioco matto e disperatissimo era molto dispendioso, sicché già Montella, mentre la sua Fiorentina svelava a sua volta una certa propensione al donchisciottismo, aveva pensato di tenerlo fuori per alcune partite, e non si erano lasciati bene.
Con Sousa continuarono le difficoltà di tenuta, e Borja fu vittima dello sperimentalismo un po’ insensato del portoghese che lo vedeva come trequartista o esterno. Fino alle ultime discussioni contrattuali di cui non mette conto parlare.
Resta nel ricordo e nella storia come uno dei più grandi giocatori passati da Firenze nel nuovo millennio.


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