Vai al contenuto
×

Bove: “Mi piacerebbe sfilare. La Nazionale è un grande sogno”

Il giocatore viola ha parlato anche della sua vita privata: “Ci siamo conosciuti a scuola, siamo cresciuti insieme”

La terza parte dell’intervista esclusiva di Vanity Fair a Edoardo Bove, sulle parole di JoséMourinho, suo grande sostenitore, che l’ha definito un «cane malato»: "È un complimento, anche se uscito male. So che mi vuole bene”.

Ha anche detto: “Sembra un trentenne”. “Anche quello era un complimento. Non parlava mica del mio aspetto fisico”. Si sente più maturo rispetto ai suoi 22 anni? “Sono sincero: no”. Allora Mourinho sbagliava. “Lui parlava di certi miei comportamenti un po’ noiosi, un po’ pedanti”.

sponsored

Ha detto che le piacciono i vestiti, l’abbiamo vista in prima fila alle sfilate milanesi. È vanitoso? “Abbastanza. A casa a Firenze io ho la cabina armadio, la mia ragazza no. Se me lo proponessero sfilerei anche, sarebbe divertente.

Sono timido, ma se mi sento nelle condizioni di poter lavorare su me stesso per fare una cosa, allora la faccio. Però il mio punto debole sono i capelli”. Sa di essere bello? “Avevo le mie belle insicurezze da piccolo. Quando mi sono operato ai turbinati del naso, perché respiravo male, il chirurgo mi ha anche proposto di alzarla un pochino questa punta.

sponsored

Oggi però sono più sicuro di me stesso”. Si definirebbe un ragazzo per bene? “Ma sì, De Rossi in un'intervista ha detto che sono un ragazzo che darebbe a sua figlia da sposare”. Lei e Martina state assieme da sette anni. “Ci siamo conosciuti a scuola, siamo cresciuti insieme.

Sono quello che sono anche grazie a lei, e credo che anche per lei valga lo stesso”. Che tipo di coppia siete? “Siamo riservati. Molto. Spesso le mogli dei calciatori li seguono, si occupano dei bambini, non hanno delle loro vere ambizioni.

sponsored

Noi abbiamo sempre cercato di sfatare questo stereotipo: lei ha studiato a Londra, ha la sua strada, la sua indipendenza”. È difficile essere la compagna di un calciatore? “L’organizzazione della vita alle volte non è facile.

Ma per i tennisti è anche peggio”. Mi hanno detto che per irritarla basta dirle: «Fidati di me». “Sono diffidente di natura, sì. Tendo ad analizzare molto le persone, a studiarle. Una delle cose che mi dà più fastidio è essere fregato, passare per stupido”.

Che cosa bisogna fare per conquistare la fiducia di Edoardo Bove? “Essere buoni, essere brave persone, con dei valori”. Quali sono i valori più importanti per lei? “In cosa credo…? (Una lunghissima pausa, ndr) Nel rispetto: se io ti rispetto, posso pretendere che anche tu lo faccia nei miei confronti.

E poi credo nel merito: si raccoglie quel che si semina”. Da anni la segue una mental coach. “Sto imparando a conoscermi meglio, ad accettare anche le mie emozioni. Non lavoro su me stesso per essere sempre felice, ma per convivere anche con i momenti di tristezza.

Ora non mi spaventano più”. Ho l’impressione che nel calcio italiano non esistano più le grandi star popolari. “Non è un’impressione”. È un bene o un male? “Per il calcio italiano è un male. È da un bel po’ che l'Italia non fabbrica talenti: già dal settore giovanile si inculca nei ragazzi l’idea che vincere sia più importante di giocare bene.

Ma è sbagliato”. Perché il tema dell’omosessualità nel calcio è ancora un tabù? “Ci saranno sicuramente dei calciatori gay: Jakub Jankto del Cagliari ha fatto coming out. In Italia, in genere, la mentalità ancora non è ancora davvero aperta.

E ancor meno nello sport. Credo che le persone gay si sentano intimorite nel dichiararsi, proprio a causa di questa chiusura. Ma credo anche che riguardi l’intera società, non solo il calcio o lo sport. C’è tutta una mentalità da cambiare”.

E come si cambia? “Non è facile, non sono mutamenti culturali che si realizzino da un momento all'altro. Nel mondo della moda, per esempio, mi pare siano più avanti in questo processo: non conta chi sei, cosa fai, cosa ti piace…”.

Crede che riuscirà mai a giocare nella Nazionale italiana? “Me lo sono chiesto tante volte. È un obiettivo, un sogno grande. Giocare in Nazionale significa entrare nella storia. Ma ora che mi è successo quello che mi è successo, devo ancora capire bene quali siano le regole in proposito”.

Che cosa riesce a immaginare, oggi, per il suo futuro? “È molto semplice, sono due gli scenari. Il primo: continuo a giocare a calcio. Il secondo: nel caso in cui non potessi più farlo, lotterei per per trovare un nuovo fuoco dentro di me, che mi possa rendere sereno.

Quella è la cosa più importante. Il giorno in cui andando ad allenarmi non mi sentissi più felice, sarei il primo a dire 'ciao a tutti'”. Su quale di questi due scenari scommetterebbe? “Ma non c’è dubbio, io giocherò a calcio”.


Lascia un commento