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Boateng, il '10' e una storia d'amore... Da Montuori-Antognoni a Baggio-Rui Costa

Kevin Prince si è preso la maglia numero 10, dopo Pjaca, Eysseric e Bernardeschi. In passato però anche grandissimi interpreti di quel numero.

Antognoni lo portava con uno stile inconfondibile. Gli appoggiava una svolazzante criniera bionda, la corsa e quel numero erano una cosa sola.

Avrebbe potuto giocare terzino sinistro o ala destra, ma Antognoni era (è e sarà) il 10 di Firenze, ancora prima del 10 della Fiorentina.  Il 10 di questa città d’arte, piena di una consapevolezza orgogliosa, era Giancarlo Antognoni.

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Così scrive Il Corriere dello Sport - Stadio. Quest'anno la 10 sarà sulle spalle di Boateng. Prima il numero non si sceglieva, era l'allenatore che lo assegnava.

MONTUORI. Prima di Antognoni la maglia si era posata sulle spalle argentine di Miguel Montuori, il 10 del primo scudetto viola.

I fiorentini se n’erano innamorati perché Miguel li aveva capiti al volo, pur arrivando da un altro mondo. Chi lo ha visto giocare, ha tramandato i suoi assist e i suoi gol, le sue prodezze in una squadra dotata di un talento incontenibile.

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Antognoni diventerà “unico 10" perché dovrà aspettare i Pontello prima di avere con sé una squadra fortissima, Montuori non poteva essere unico perché al suo fianco c’erano il 7 di Julinho e il 9 di Beppe Virgili, c’era una squadra che vinse poco per la sua forza, una forza, una tecnica, una qualità che la portò, prima delle italiane, alla finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid di Di Stefano.

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IL 10 DI PICCHIO. Un altro Giancarlo le rese onore con uno scudetto, l’ultimo sulle rive dell’Arno, mezzo secolo fa. Era il 10 di Giancarlo De Sisti, meno fantasia e più tattica, meno istinto e più ragionamento. Picchio tolse appena un briciolo di classe a quel numero, ma gli consegnò il più ampio senso di squadra.

Era in brillante compagnia, la maglia con l’8 era di Claudio Merlo, quella col 9 di Maraschi. Vinsero senza saperlo. Né loro, né i loro avversari. IL 10 DI BAGGINO. Antognoni fece in tempo a conoscere Baggio a Firenze, gli consegnò il 10 in una staffetta che a ricordarla oggi fa girare la testa.

Giocarono insieme qualche partita nella stagione ‘86-87 e, sia chiaro, il 10 era di Giancarlo. Quando finì sotto la cascata di riccioli di Baggino, la gente impazzì di nuovo. Platini, per non farsi offuscare, lo definì 9 e mezzo.

Bellina, come battuta, ma mica vera. Baggio era il punto d’arrivo del processo d’evoluzione del 10. Era la sintesi massima del calciatore, era quello che tutti gli amanti del calcio amano. Era classe, fantasia, tecnica, talento, dribbling, gol, assist e ai tempi di Firenze, prima che venisse carpito da un altro calcio, era anche irriverenza.

IL 10 DI RUI.  Vennero altri tempi, più duri, fino all’arrivo di un altro 10 puro, Manuel Rui Costa, al quale il più grande bomber della storia della Fiorentina, Gabriel Batistuta, dovrebbe fare un monumento. Palla a Rui, palla a Bati, diagonale da destra a sinistra, palla sul palo lontano.

Quello schema funzionava come uno scambio di binari, bastava sollevare una leva e i due incrociavano con tempi perfetti. GLI ULTIMI ANNI. Poi sì che arrivarono giorni amari per il 10 viola. Erano 10 di Serie C, di Serie B, fino a trovare di nuovo un interprete adeguato, anche se sottovalutato, come Stefano Fiore, fino a risalire alla nobiltà di Adrian Mutu.

Gli ultimi 10 non hanno lasciato amore, Bernardeschi (l’unica traccia visibile a Firenze è sull’iban della società), Eysseric e Pjaca. Ora ci riprova Boateng.

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