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Il blog di Ludwigzaller - Razzismo

Ludwigzaller riprende la discussione su Brera e la razza suscitata dalla morte di Gianni Mura

Chi voglia farsi un’idea precisa delle vicende biografiche di un certo personaggio può disporre di uno strumento eccellente, il Dizionario biografico degli italiani, detto anche tra gli studiosi DBI, stampato dalla Treccani. Niente a che vedere con le voci di Wikipedia.

L’arco cronologico che il DBI copre è molto ampio. Sicché non stupisce di imbattersi anche in una voce dedicata a Gianni Brera.

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Apprendiamo così che Brera fu fascista e scrisse per giornali fascisti, che si arruolò nella Folgore e fece il paracadutista, ma seppe anche cambiare idea per tempo, tanto che lo troviamo partigiano a Milano, impegnato in prima linea contro i tedeschi.

Non risulta che Brera abbia seguito le odiose teorie razziste e antisemite del Fascismo. Di certo però nella concezione del calcio di Brera il concetto psicofisico di razza ha un peso. Quando nel tempo la sua visione matura, essa è ricca di elementi razziali e nazionali, che lo inducono a creare una vera e propria gerarchia.

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Scrive il DBI: “La teoria di Brera era basata sulla sua scarsa considerazione circa le virtù atletiche dei calciatori italiani («italianuzzi», ironizzava): dal momento che un modulo fondato sull'attacco è fisicamente più dispendioso, era convinzione di Brera che ai club italiani e alla nazionale fosse più congeniale, e largamente più redditizio, un ruolo da «squadra femmina», che lasciasse all'avversaria il pallino del gioco, contenendone le sfuriate con una difesa ben impostata, e contrattaccasse con rapide azioni di contropiede”.

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I calciatori nordici possono giocare in campo aperto, i nostri no. Il termine dispregiativo “italianuzzi” rispecchia una visione ampiamente condivisa. Dopo la seconda guerra mondiale, all’esaltazione fascista del carattere italiano, ha fatto seguito un generalizzato scoramento.

La guerra ci ha dimostrato che siamo deboli, vigliacchi, pasticcioni, un popolo disunito ed egoista che la Resistenza ha solo in parte riscattato.

Negli anni sessanta, le idee di Brera sembrano essere inverate dai successi delle squadre milanesi, che fanno del contropiede il loro credo, guidate da strateghi come Rocco e Herrera.

A rendere la teoria meno funzionale sono gli eventi seguiti al disastroso mondiale del 1974. La crisi che ne segue porta il calcio italiano ad avvicinarsi al modello olandese del calcio totale. Non è una conversione assoluta e Brera ha facile gioco nello smascherare il difensivismo di Bearzot, che vince i mondiali del 1982 “predicando male e razzolando bene”.

D’altra parte le migliori condizioni di vita e l’alimentazione hanno in parte cancellato la presunta inferiorità fisica degli italiani. E le squadre italiane sono piene di campioni stranieri.

Scomparso nel 1992, Brera non vive la sconfitta definitiva del suo modello ad opera di Guardiola, il quale, rovesciando completamente le idee breriane, dimostra che calciatori fisicamente modesti, ma dotati di qualità di palleggio e di carattere, possono imbrigliare in un reticolo di passaggi gli avversari più alti e robusti e ridurli alla resa più umiliante.

Trionfo della tecnica sulla forza e rilettura del modello olandese alla luce della cultura mediterranea del Pep, laddove l’atleta ideale è lo spagnolo, l’italiano o l’indio. Ma la battaglia non è finita. Nel calcio attuale l’italianismo torna con forza e di sicuro Brera avrebbe salutato con entusiasmo la comparsa sulla scena di Simeone e Klopp.

Riprendo qui la discussione su Brera e la razza suscitata dalla morte di Gianni Mura. L’immagine è quella che compare sulla copertina di uno degli ultimi album di Duke Ellington, The Afro-Eurasian Eclipse del 1975.

di Ludwigzaller
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