Il blog di Ludwigzaller - Oratoria
Ludwigzaller analizza il discorso pronunciato da Commisso dopo la sconfitta contro il Lecce
Si può prendere la parola, al giorno d’oggi, nelle circostanze più diverse e nei modi più informali, come accade agli allenatori e ai giocatori che si presentano in sala stampa, sudati e in tuta, a ripetere luoghi comuni mandati a memoria.
Anticamente le cose andavano in modo molto diverso. L’oratoria era insegnata nelle scuole e dai precettori. A parlare si imparava. I discorsi pronunciati nel senato o prima di una battaglia erano preparati con cura estrema, venivano trascritti e tramandati ai posteri.
Siamo abituati a pensare alla retorica come a un modo per presentare in forma elegante e pretenziosa concetti falsi. In realtà c’erano oratori che si distinguevano per la loro semplicità e per una innata capacità di parlare al cuore.
Una tradizione ininterrotta collega i discorsi di Catone nel senato romano a quelli di Churchill nel parlamento inglese durante la seconda guerra mondiale. Il discorso di Edward Everett dopo la battaglia di Gettysburg cominciava così: “In piedi sotto questo cielo sereno, affacciandoci su questi vasti campi che ora riposano dalle fatiche dell'anno appena passato, con gli imponenti Allegani a svettare su di noi, le tombe dei nostri confratelli sotto i nostri piedi ...
è con esitazione che alzo la mia debole voce per rompere l'eloquente silenzio di Dio e della Natura”. Quello di Antonio sul corpo di Cesare è un’invenzione di Shakespeare, ma ci mostra in modo perfetto le potenzialità del genere.
Attraverso le proprie parole, l’oratore dimostrava di essere un uomo magnanimo, equilibrato, generoso, capace di non esaltarsi nella vittoria e di non deprimersi nella sconfitta. Dopo aver distrutto Cartagine Scipione non festeggiò ma versò lacrime pensando alla sorte del nemico e al fatto che anche gli imperi più gloriosi potevano finire nel nulla.
Parole semplici e magnanime sono echeggiate nella sala stampa del Franchi nel giorno della più amara sconfitta. I giornalisti che si affollavano intorno a Commisso cercavano di strappargli quelle dichiarazioni di maniera che si fanno in questi casi.
Ci si attendeva un Commisso infuriato, che entro poche ore avrebbe licenziato l’allenatore e spedito la squadra in ritiro. Il presidente se n’è uscito invece con frasi belle e toccanti. Ha incominciato lodando la squadra per la partita.
La Fiorentina, ha detto, ha avuto tante occasioni per segnare e ha giocato bene. La sconfitta si può accettare, ha proseguito, se ci sono state grinta e impegno. Dio ha voluto, ha aggiunto, che ci venissero a mancare i giocatori più forti.
I tifosi dovevano dare la colpa a lui e non fischiare l’allenatore e i giocatori. D’altronde ha concluso niente è ancora deciso: “Siamo andati in alto e poi dopo siamo scesi in classifica. Vediamo cosa succederà in futuro”.
Un discorso così forte e generoso, dalla netta impronta filosofica e pieno di equilibrio, ha suscitato sorpresa perché lontanissimo dalle tradizioni culturali del calcio italiano, ha dimostrato le qualità di leader di Commisso e la sua attitudine al lavoro di gruppo.
Gli effetti sono stati immediati perché solo due giorni più tardi la Fiorentina ha superato in una difficile partita il turno di Coppa Italia, gli animi si sono rasserenati e si sono create le condizioni migliori per la prossima trasferta di Torino.
di Ludwigzaller-
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