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Batistuta: "Ho lavorato tanto per arrivare ad essere un campione. Il rispetto dei tifosi..."

Il fenomeno argentino ha presentato a Roma il docufilm sulla sua vita. E ha parlato del percorso che lo ha portato a diventare una leggenda

Gabriel Omar Batistuta ha parlato a lungo del suo passato nella conferenza stampa che, a Roma, ha preceduto la prima proiezione del docufilm a lui dedicato El Numero Nueve:

OLTRE BATIGOL. "Sono felice di aver regalato emozioni, il calcio è questo.

Avevo voglia di raccontarmi, dopo che per tanto tempo che ho tenuto tutto nascosto per proteggere me e la mia famiglia. I miei figli fanno fatica a scegliere cosa fare nelle vita, per me è stato semplice. Mi sono impegnato nel calcio, mi sono immaginato a cinquant’anni: mi volevo con una macchina e la famiglia, e ho pensato che il calcio potesse darmi un’opportunità.

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Sapevo poco del calcio, solo tirare e poco altro. Mi sono impegnato, individuando un obiettivo e perseguendolo. Per buona parte della carriera ho continuato ad imparare. Le persone vedono solo la partita ma non conoscono le nostre sofferenze e difficoltà: volevo raccontarmi anche per tutti i calciatori che sono stati meno fortunati di me e che non ce l’hanno fatta.

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Ho smesso di giocare da venti anni e la mia immagine è ancora forte, questo mi dà soddisfazione. Sono felice che la gente si ricordi di me".

DURO LAVORO. "I tifosi non mi hanno mai visto come un fuoriclasse, tipo Messi, CR7 o Maradona.

Ero simile a loro, non sono nato campione ma ho dovuto faticare per diventarlo".

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FIGLI. "Nel film chiedo ai miei figli di essere fra dieci anni persone migliori di oggi. Ho detto ciò che sento, non ho seguito un copione.Loro non ne possono più di sentirsi ripetere che bisogna sempre migliorarsi nella vita".

RISPETTO DAI TIFOSI. "I calciatori sanno che i tifosi gioiscono con le emozioni. Quello che noi dai volevamo e vogliamo da loro è il rispetto. Io sono fortunato, ho vinto pochi trofei ma dove vado la gente mi ricorda, a Firenze, Roma o Milano.

È il premio migliore, vuol dire che la gente mi ha capito e ha visto i miei sforzi".

DIFFERENZA TRA CALCIO DI IERI E OGGI. “Trent’anni fa ero così immerso nel migliorarmi e trasmettere emozioni che vedevo poco di quello che c’era intorno, soprattutto a livello dirigenziale.

Per me il calcio non è mai stato divertimento. Magari mi divertivo negli allenamenti. Ma poi in campo sentivo molta pressione, non potevo pensare che la gente che era venuta pagando potesse andare a casa scontenta. Ora che sono fuori vedo un po’ di più ma l’ambiente che c’è adesso mi piace meno, gira troppo tutto intorno al business.

Non è un ambiente di cui piace far parte”.

AFFETTO TIFOSI. “Quando ero giovane non mi sarei mai aspettato una festa come quella che c’è stata poco tempo fa in piazza della Signoria a Firenze. Ai tempi pensavo solo a dare il massimo perché un giorno il calcio sarebbe finito.

Però una festa del genere 20 anni dopo che ho smesso vuol dire che la gente mi ha voluto bene. Per questo volevo che lì ci fosse tutta la mia famiglia. Ho cercato sempre di essere sempre trasparente con la gente, e questo i tifosi l’hanno capito.

Il fatto che mi abbiano sempre rispettato in ogni piazza è perché ho cercato di avere il massimo della professionalità. Anche quando ho fatto gol con la Roma contro la Fiorentina, mi è dispiaciuto ma era la dimostrazione che ho sempre dato il massimo con ogni maglia che ho indossato”.

FIORENTINA PUÒ VINCERE QUALCOSA D’IMPORTANTE? “Qualsiasi squadra può vincere. Bisogna crederci e lavorarci sopra, niente è impossibile. Non è che la Juve vince perché è la Juve, ci lavorano sopra. C’è un percorso che va fatto, e ci sono tante componenti.

Ma tutti possono vincere: non è semplice ma anche la Fiorentina può farlo”.

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