Ancora Paratici: «Alla Juve eravamo avanti 20 anni a tutti gli altri. Non mi pento di Ronaldo»
Il ds viola al Corriere della Sera: «Allegri il più intelligente di tutti. Sarri più integralista, ma poi si adattò»
Intervistato dal Corriere della Sera, il direttore sportivo della Fiorentina Fabio Paratici ha ripercorso alcune tappe significative della sua carriera (LEGGI QUI LA PRIMA PARTE). A partire da quella squalifica sportiva, terminata lo scorso luglio, per il caso plusvalenze che lo ha messo fuori gioco per 30 mesi.
Nel processo penale sia Paratici che gli altri vertici della Juve dell’epoca avevano patteggiato. Come descrive oggi quella vicenda?
«Non mi sento colpevole di nulla, se è questo che vuole sapere. Premesso ciò, è stata un’esperienza molto pesante perché l’indagine penale è durata cinque anni e mezzo, e per sostenerla è stato necessario essere forti. Sono stato condannato per una strategia tecnico-finanziaria che ha riguardato molti nazionali, le cito Rovella, Orsolini, Spinazzola. È stato applicato un principio contabile mai visto prima e che sto aspettando di rivedere: negli atti si parla di questo e non di plusvalenze gonfiate, come invece si racconta in giro. Nel processo sportivo non ti difendi, c’è poco da fare. Quello penale ho voluto chiuderlo per ricominciare a vivere».
È vero che prima del 20 luglio, quando è finita la squalifica, era in trattativa col Milan?
«Non in trattativa. Avevamo chiuso. Due volte nel giro di quindici giorni, mancava solo la firma. Poi mi hanno detto che non se ne faceva più niente».
La vox populi ci ha visto lo zampino di Marotta.
«Non so, non credo, lui ha smentito. E di certo non l’ho chiamato, cosa potevo dirgli? Sei stato tu? E lui cosa poteva rispondermi? “Ma no, figurati…”. Acqua passata, la mia storia è Firenze».
Ma i vostri rapporti come sono?
«Io non ho problemi, anzi, ho imparato talmente tanto da lui…Vuole un esempio? A vestirmi. Mi prese alla Sampdoria come capo degli osservatori il giorno dopo che avevo smesso di giocare, e io continuavo ad andare in giro come un calciatore, felpa, sneakers e via così. Finché Beppe mi disse che in ufficio si va in giacca e cravatta, e a trattare i giocatori pure».
Come ha fatto la vostra Juve a vincere 9 scudetti di fila?
«Eravamo vent’anni avanti tutti gli altri. Un presidente visionario, un direttore sapiente, il talento che mi riconosco nel “vedere” i calciatori, gli allenatori più preparati, i giocatori più seri. E le difficoltà delle milanesi nel gestire il declino delle grandi famiglie proprietarie, questo va detto».
Come giudica oggi l'acquisto di Cristiano Ronaldo?
«Prezioso per la Juve, importante per tutti come fu poi Mourinho alla Roma, un campionato ha bisogno di grandi personaggi. Noi tutti volevamo la Champions e il primo anno avremmo potuto vincerla, l’eliminazione dall’Ajax mi resta ancora qui. Il problema fu che segnando un gol a partita, Cristiano rese troppo facile la vita ai compagni, che peraltro avevano già vinto tanto. Per questo cambiammo allenatore, per provare una shakerata».
Il piano giovani
«Ho firmato un contratto lungo perché voglio vedere 10 ragazzi cresciuti in viola arrivare in prima squadra e altri diventare professionisti».
Allegri soffriva Ronaldo?
«No, Allegri è il più intelligente di tutti, la sua capacità di relazione con i giocatori fa la differenza. Qualche difficoltà la ebbe all’inizio Sarri, più integralista tatticamente, ma poi si adattò. E vinse lo scudetto anche lui, molti se lo sono scordato».
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